Storia e origini degli Alpini - ANA Gruppo Alpini di Novara

IL CUORE PER AMARE E LE BRACCIA PER LAVORARE
GLI ALPINI ARRIVANO A PIEDI LA DOVE GIUNGE SOLTANTO LA FEDE ALATA
Vai ai contenuti
Storia degli Alpini
Storia e origini degli Alpini

Quando gli alpini nascono, nel 1872, l'Italia è già fatta. Undici anni prima, il 17 marzo 1861, è stata proclamata l'unità, due anni prima, il 20 settembre 1870, è stata conquistata Roma, eppure non si riesce a pensare alla storia d'Italia senza pensare agli alpini.
Anche se non hanno partecipato direttamente alle guerre di indipendenza, anche se non hanno attraversato di corsa la breccia di Porta Pia, gli alpini sono indissolubilmente legati alla storia nazionale, di cui rappresentano parte integrante e costitutiva. Che cosa, dunque, hanno fatto gli alpini per penetrare tanto profondamente nell'immaginario collettivo e per permeare così a fondo la memoria nazionale? La risposta non è difficile: se sono nati quando l'Italia era ormai fatta, gli alpini sono però nati in tempo per fare gli Italiani. È celebre la frase con cui Massimo D'Azeglio fotografava il primo problema che la classe dirigente del nuovo stato si trovava di fronte: "Fatta l'Italia, bisogna fare gli italiani".
Era il ritratto di un paese che proveniva da storie diverse, che parlava lingue diverse, che aveva economie diverse, un paese che era diventato stato prima di diventare nazione. Ecco, gli alpini hanno dato un contributo importante in questa direzione, sono stati uno degli strumenti attraverso cui è stata veicolata l'idea di Italia.
Per capire come e perché questo è avvenuto bisogna ripercorrere la storia del Corpo a partire dalla sua costituzione.


La riorganizzazione dell'esercito
Durante la riorganizzazione dell'esercito italiano iniziata a seguito del successo prussiano nella guerra contro la Francia, venne varata la "riforma Ricotti" voluta dal generale e ministro della Guerra Cesare Francesco Ricotti-Magnani, che prevedeva una ristrutturazione delle forze armate condotta sul modello prussiano, basata sull'obbligo generale di un servizio militare di breve durata, in modo tale da sottoporre all'addestramento militare tutti gli iscritti alle liste di leva fisicamente idonei, abolire la surrogazione e trasformare l'esercito italiano in un esercito-numerico, espressione delle potenzialità umane della nazione.
Per avere una nazione a livello europeo egli introdusse, con opportuni correttivi, il sistema prussiano con la ferma breve (tale veniva considerata allora quella di tre anni) e il reclutamento nazionale e non regionale come attuato in Prussia.
Nel fervore innovativo in seno alla gestione Ricotti venne affrontato anche il problema della difesa dei valichi alpini.
Le Truppe Alpine hanno avuto origine nel 1872, quando il giovane Regno d’Italia dovette affrontare il problema della difesa dei nuovi confini terrestri, che dopo l’infelice guerra del 1866 contro l’Austria, coincidevano quasi interamente con l’arco alpino. Da poco, infatti, si era compiuta l’unità d’Italia con Roma capitale ed il nuovo stato si trovava a dover affrontare una situazione internazionale molto delicata per il riaccendersi di tensioni con la Francia e con la potente monarchia Asburgica, ancora potenzialmente ostile dopo la cessione del Veneto all’Italia.
La mobilitazione dell’Esercito e la difesa del territorio nazionale erano state, fino allora, previste nella pianura padana in corrispondenza del vecchio Quadrilatero perché le Alpi, nella concezione strategica del tempo, non erano ritenute idonee a operazioni di guerra. La prima linea difensiva vera e propria era, a quel tempo, imperniata sulle posizioni di Stradella–Piacenza–Cremona in corrispondenza del fiume Po. L’idea di affidare la difesa avanzata della frontiera alpina ai valligiani del posto anziché ricorrere a truppe di pianura, che oggi appare semplice e logica, a quei tempi era assolutamente originale, quasi rivoluzionaria.
Questa tattica avrebbe lasciato completamente sguarniti tutti i passi alpini dal Sempione allo Stelvio e tutto il Friuli, cioè la più diretta e potente linea d'invasione disponibile all'Impero austro-ungarico.
L’ideatore del Corpo degli Alpini fu l’allora capitano di Stato Maggiore Giuseppe Domenico Perrucchetti, nato a Cassano d’Adda, in provincia di Milano il 13 luglio 1839 (a vent’ anni fuggì dalla Lombardia, allora sotto la dominazione austriaca, per arruolarsi volontario nell’esercito Piemontese).
Studioso di storia, conosceva molto bene il nostro confine per avere, negli anni precedenti, effettuato numerose ricognizioni sui passi dello Spluga, dello Stelvio, sulle Alpi Carniche e Retiche.
Il Perrucchetti conosceva le gesta delle milizie montanare che, fin dai tempi dell’Imperatore Augusto (I,II, e III Legione Alpina Julia), si erano formate sulle Alpi e le avevano difese dalle invasioni barbariche. Conosceva il perfetto organismo delle milizie paesane create da Emanuele Filiberto, l’organizzazione ed i compiti dei “Landesschützen” tirolesi, truppe scelte preposte alla difesa dei confini montani del Tirolo, quelle dei “Cacciatori delle Alpi” delle campagne del nostro Risorgimento e le famose imprese dei Volontari Cadorini di Pier Fortunato Calvi che, nel 1848 per difendere la loro terra dall’invasione austriaca, si trasformarono in audaci e tenaci combattenti.
Giuseppe Perrucchetti, preparò uno studio dal titolo "Considerazioni su la difesa di alcuni valichi alpini e proposta di un ordinamento militare territoriale nella zona alpina" nel quale sosteneva il principio che la difesa delle Alpi dovesse essere affidata alla gente di montagna.
Nato nel 1839 a Cassano d'Adda, dunque in pianura e non in montagna, Perrucchetti che non era un alpino e non lo diventò mai, fu un appassionato studioso attento alle operazioni militari condotte nei secoli precedenti nei territori alpini, e fin dall'inizio colse le contraddizioni che il sistema di reclutamento italiano comportava. A causa del complesso sistema di reclutamento concentrato nella pianura, all'atto della mobilitazione gli uomini avrebbero dovuto affluire dalle vallate alpine ai centri abitati per essere equipaggiati e inquadrati, quindi ritornare nelle vallate per sostenere l'urto di un nemico che nel frattempo avrebbe potuto organizzare e disporre al meglio le proprie forze. In questo modo si sarebbe venuta a creare una concentrazione caotica di uomini presso i distretti militari atti a rifornire il personale sceso a valle insieme a quello di stanza in pianura, il che avrebbe portato conseguenti e inevitabili ritardi. A ciò si sarebbe aggiunto, sempre secondo Perrucchetti, un altro grave limite: le esigenze di mobilitazione avrebbero portato alla creazione di battaglioni eterogenei composti da provinciali della pianura poco atti alla guerra di montagna e non pratici dei luoghi.
Nel 1872 Perrucchetti firmò un articolo per Rivista militare, nel quale trattava il problema della difesa dei valichi alpini e suggeriva alcune innovazioni per l'ordinamento militare nelle zone di frontiera. Nelle zone di confine sarebbero stati arruolati i montanari locali, similmente all'ordinamento territoriale alla prussiana, per il quale la zona alpina sarebbe stata divisa per vallate in tante unità difensive, costituenti ciascuna un piccolo distretto militare. In ciascuna unità difensiva le forze reclutate sarebbero state formate su un determinato numero di compagnie raggruppate attorno a un centro di amministrazione e di comando, in modo tale da avere tante unità difensive quanti erano i valichi alpini da proteggere.
Secondo Perrucchetti i soldati destinati a queste unità dovevano essere abituati al clima rigido, alla fatica dello spostamento in montagna, alle insidie di un terreno accidentato e pericoloso e ai disagi delle intemperie; dal canto loro gli ufficiali dovevano essere conoscitori diretti e profondi del territorio, alpinisti ancor prima che militari. Infine, i rapporti con la popolazione civile dovevano essere stretti e spontanei, in modo tale da giovarsi della funzione di informatori e di guide che i montanari potevano svolgere a beneficio delle truppe. Il reclutamento locale, oltre a fornire uomini già abituati alla dura vita in montagna, era un forte elemento di coesione tra le truppe: riunendo nelle compagnie i giovani provenienti dalla stessa vallata, e stanziandoli nella loro terra d'origine si ottenevano grossi vantaggi senza esporsi a rischi.
Il reclutamento territoriale
Per fare l'alpino bisogna essere montanari. L'indicazione di Perrucchetti era chiara e condivisa da tutti: non si potevano mandare sulle Alpi giovani cresciuti in città o in pianura, disabituati all'altitudine, al clima e al terreno. Questo significava però introdurre un principio rivoluzionario nell'ordinamento militare italiano, perché si faceva un'eccezione al principio del reclutamento nazionale e si ricorreva al reclutamento territoriale. Per capire la portata di questa innovazione, bisogna tener conto che nell'Ottocento gli eserciti non servivano soltanto per fare la guerra: servivano anche (e forse ancor più) per mantenere l'ordine pubblico. In caso di manifestazioni di piazza, occupazione di latifondi, proteste popolari non c'erano carabinieri o poliziotti in numero sufficiente per intervenire a ripristinare l'ordine: bisognava ricorrere ai reparti del Regio Esercito.
La prima grande emergenza dell'Italia unita, il cosiddetto brigantaggio meridionale, aveva infatti visto la mobilitazione dell'esercito, con i reggimenti di bersaglieri e di fanteria impegnati nella repressione. Da questa esigenza operativa era derivata la decisione degli Stati Maggiori di ricorrere al reclutamento nazionale. Come sarebbe stato possibile chiedere ad una giovane recluta siciliana di intervenire contro i braccianti di Catania o di Palermo che occupavano le grandi proprietà lasciate incolte? O chiedere ad una giovane recluta ligure di reprimere gli scioperi dei lavoratori portuali genovesi?
Anziché usare manganello o fucile, ognuno di loro avrebbe solidarizzato con i manifestanti, perché appartenevano al suo stesso mondo, alla sua stessa cultura, alla sua stessa comunità.
I reggimenti vennero così formati con coscritti che provenivano da due regioni diverse e prestavano servizio in una terza regione. Se pensiamo alle condizioni del tempo, ai tassi di analfabetismo, all'uso pressoché esclusivo dei dialetti, alle differenze tra un territorio e l'altro, è facile comprendere come un soldato piemontese o veneto di stanza in Puglia non avesse nessun rapporto con la popolazione civile, così come un calabrese non aveva nessun rapporto quando veniva mandato in servizio in Toscana o nelle Marche. Questa impermeabilità alle influenze esterne, rendeva possibile l'impiego dei reparti in ordine pubblico: non avendo nessuna relazione fuori della caserma, spesso non riuscendo neppure a comprendere il linguaggio, il coscritto aveva la sensazione di reprimere degli estranei, non dei cittadini della sua stessa gente.
La proposta di reclutamento territoriale per le truppe alpine faceva venire meno questo principio. Che cosa sarebbe accaduto se fosse stato necessario chiedere ad una compagnia di alpini del Cuneese di intervenire con le armi per riportare l'ordine in Val Varaita o in Val Maira? Come sarebbe stato possibile fidarsi di coscritti nati e cresciuti nelle stesse vallate in cui prestavano servizio?
La risposta degli Stati Maggiori fu tempestiva e perspicace.
Gli abitanti delle Alpi questo fu il ragionamento non pongono problemi di ordine pubblico: si tratta di una popolazione socialmente tranquilla, fedelmente monarchica, cattolica, conservatrice, basata sulla piccola proprietà terriera, priva di contrasti di classe. Una popolazione che non ha mai dato problemi e verso la quale non sarà mai necessario impiegare la forza. Dunque, si possono ben creare reparti reclutati nelle stesse vallate dove operano, prendere i giovani montanari e vestirli con la divisa da alpino, tanto non dovranno mai alzare il fucile contro i propri compaesani!
Da questa scelta strategica sono derivate conseguenze che nel 1872 nessuno (né il ministro Ricotti, né il capitano Perrucchetti) aveva immaginato. Il reclutamento territoriale ha infatti garantito l'originalità delle truppe alpine, ha determinato una solidarietà tra soldati e popolazione che nessun altro Corpo ha conosciuto, ha inciso sui rapporti tra soldati e ufficiali all'interno dei reparti, ha dato compattezza alle compagnie. In altre parole, ha garantito agli Alpini, sin dai loro esordi, un'anima e un tratto peculiari ed inconfondibili.
La nascita del corpo degli Alpini
Il ministro della guerra, generale Cesare Ricotti Magnani, accolse l’idea e, per evitare l’ostacolo della Camera dei Deputati, che non vedeva di buon occhio nuovi oneri finanziari, ricorse ad un espediente. Inserì negli allegati del Regio Decreto n 1056 del 15 ottobre 1872 che prevedeva un aumento dei Distretti Militari, la costituzione di 15 nuove compagnie distrettuali permanenti per un totale di duemila uomini, da dislocare in alcune valli della frontiera occidentale e orientale.
I nuovi reparti vengono chiamati "Compagnie Alpine" ed hanno due padri fondatori: un politico efficiente come il generale Ricotti e uno studioso intuitivo come il capitano Perrucchetti.
In occasione della chiamata alle armi della classe 1852, ovviamente denominata “classe di ferro” iniziò la formazione delle prime quindici compagnie alpine, che si sarebbero costituite nel giro di un anno.
Il primo equipaggiamento
La rapidità con la quale il Ministero decise la costituzione ebbe come contropartita riflessi negativi nel numero e soprattutto nell'equipaggiamento. La divisa era la stessa della fanteria, con evidenti inconvenienti in rapporto alle esigenze di montagna; chepì di feltro, cappotto di panno indossato direttamente sulla camicia, ghette di tela e scarpe basse.
A ciascuna delle nuove compagnie venne assegnato un mulo con una carretta per il trasporto dei viveri e dei materiali. Come arma individuale agli alpini venne dato in dotazione il fucile Vetterli modello 1870 (dal nome dell’inventore, un meccanico svizzero), in linea con i fucili impiegati dagli eserciti europei, ma dal peso e dalla lunghezza eccessivi per gli spostamenti su terreni impervi, mentre gli ufficiali erano invece dotati dell'obsoleta pistola a rotazione "Lefaucheaux".
Così nacquero gli “Alpini”, mascherati da generici distrettuali, fra le pieghe di un Decreto Reale firmato a Napoli da Vittorio Emanuele II, ma con già sulle spalle un fardello di compiti e responsabilità pesanti quanto il loro zaino di allora e di sempre.
Per il trasporto dei materiali ogni compagnia aveva a disposizione un solo mulo e una carretta da bagaglio, in modo tale da riempire gli zaini dei soldati non solo degli effetti personali, ma di tutto quello utile alla compagnia, dai generi alimentari, alle munizioni, alla stessa legna da ardere.
Le insufficienze organizzative comunque non pregiudicarono l'affermazione del corpo, che crebbe a tal punto che nel 1873 le compagnie furono portate a ventiquattro e ripartite in sette battaglioni. Nel 1875, constatato che la zona assegnata a ciascuna compagnia era troppo vasta, i battaglioni furono aumentati a dieci per un totale di trentasei compagnie con un capitano, quattro ufficiali subalterni e 250 uomini di truppa. Nel 1882 il ministro della Guerra Emilio Ferrero decise una ristrutturazione dei reparti, e con il Regio Decreto del 5 ottobre i dieci battaglioni e le trentasei compagnie furono sdoppiati e raggruppati nei primi sei reggimenti composti da tre battaglioni, che divennero sette nel 1887 e otto nel 1910.
L'armamento e le uniformi
All'evoluzione organica si accompagnò un progressivo adeguamento delle uniformi e dell'armamento. Nell'ottobre 1874 il cappotto con lunghe falde, molto ingombrante, venne sostituito con una mantellina alla bersagliera di colore turchino scuro mentre le scarpe basse furono sostituite da stivaletti alti con legacci simili a quelli usati dai montanari.
Nell'estate 1883 l'uniforme venne caratterizzata dal colore distintivo rispetto agli altri corpi, il verde, colore che due anni più tardi venne esteso a tutte le mostreggiature e le rifiniture della divisa. L'elemento caratterizzante del corpo era però sin dal 1873 il cappello alla "calabrese" con la penna nera, ornato con fregio rappresentante un'aquila ad ali spiegate sormontata da una corona reale.
Il cappello alpino subì altre modifiche: il fregio a stella fu sostituito con un fregio di metallo bianco raffigurante un’aquila ad ali spiegate sormontata da una corona reale: appoggiata su una cornetta sovrapposta a due fucili incrociati e contornata da una scure e una piccozza, con rami di quercia e di alloro, essa rappresentava il simbolo di potenza e audacia del Corpo degli Alpini; sul tondino del fregio venne applicato il numero del reggimento e sul cappello della truppa le nappine mutavano di colore a seconda dei battaglioni e cioè bianco (1° battaglione), rosso (2° battaglione), verde (3° battaglione), turchino (4° battaglione). Per identificare gli ufficiali superiori si stabilì di guarnire il cappello con una penna bianca.
Nel 1883 alle truppe di montagna vennero date le “Fiamme Verdi” a due punte e si incominciò a distinguere fra la fanteria alpina e l’artiglieria da montagna.
I reparti alpini, in considerazione del valore strategico dell’arco alpino, furono potenziati mediante una serie di provvedimenti di carattere ordinativo: nel 1877 venivano costituite le prime 5 batterie da montagna, con pezzi ad avancarica, destinate ad appoggiare con il fuoco le imprese degli alpini. Nel 1887 i reggimenti diventarono 7, i battaglioni 22 e le compagnie 75
Per quanto riguarda l'armamento, il fucile Vetterli 1870 fu trasformato nel 1887 in un'arma a ripetizione ordinaria grazie al progetto del capitano d'artiglieria Giuseppe Vitali, il quale diede anche il nome alla nuova arma, vale a dire il fucile "Vetterli-Vitali Mod. 1870/87". Nonostante l'impegno del Vitali, la necessità di un munizionamento più leggero portò la Commissione delle armi portatili ad adottare il calibro 6,5 mm e nel settembre 1890 ad affidare alle fabbriche d'armi del Regno lo studio di un nuovo fucile.
Tra i vari modelli presentati fu scelto quello della fabbrica d'armi di Torino, il "Carcano Mod. 91", più corto e maneggevole. Parallelamente al Mod. 91 per la truppa, venne anche rinnovato l'armamento degli ufficiali alpini con la pistola Bodeo Mod. 1889 a ripetizione ordinaria con tamburo girevole.
Nascita dell'artiglieria alpina
L'artiglieria da montagna venne istituita nel 1873, e quattro anni più tardi nacque il primo reggimento di artiglieria da montagna, su 9 batterie; l’armamento di base era costituito dal pezzo da 75 millimetri di calibro (con anima rigata e con affusto rigido) in grado di operare in alta montagna per fornire l'adeguato supporto di fuoco agli alpini, capace di operare in zone inaccessibili alle artiglierie trainate. Batterie da montagna e reparti alpini si abituarono presto a vivere e manovrare insieme, e dal 1888 anche l'artiglieria da montagna venne reclutata in base alla provenienza. La sanzione formale di tale simbiosi si ebbe nel 1910, con l'adozione per gli artiglieri da montagna del cappello alpino di feltro grigio con la penna. Alla vigilia del primo conflitto mondiale, erano operativi tre reggimenti d'artiglieria da montagna per un totale di trentasei batterie, dotate di cannoni da 65/17.
L'introduzione degli sci
Mentre negli eserciti dell'Europa settentrionale già da inizio Ottocento l'impiego delle truppe dotate di sci era cosa nota, in Italia l'introduzione di tale strumento avvenne tardivamente. Gli Alpini li sperimentarono solo nell'inverno 1896/97, per iniziativa del tenente d'artiglieria Luciano Roiti. Durante quell'inverno il 3º Reggimento fece diverse esercitazioni sperimentali, con risultati incoraggianti che portarono all'organizzazione di campi di istruzione specifici a livello di compagnia con l'assunzione di istruttori svizzeri e norvegesi. In pochissimi anni gli sci acquistarono posto in modo stabile nell'equipaggiamento degli alpini e con decreto del 25 novembre 1902, il ministro della Guerra Giuseppe Ottolenghi ne ordinò l'impiego nei reggimenti.
Innovazioni e mutamenti
Molteplici furono le innovazioni e i mutamenti adottati all’equipaggiamento e alle armi agli inizi del ventesimo secolo.
Nel 1888 i muli furono aumentati da uno a otto per compagnia; -nel 1891 il fucile “Vetterli – Vitali” venne sostituito dal fucile modello ’91 a sei colpi, che rimarrà in dotazione agli alpini fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Da non dimenticare il novembre del 1902, data importante per la Specialità; dopo un periodo di intense prove effettuate presso il 3° Reggimento Alpini, venne dato in dotazione ai reparti il nuovo e veloce mezzo di locomozione su neve: gli sci, che permisero di risolvere il problema del movimento dei reparti sui terreni innevati. Vale la pena di ricordare gli esperimenti effettuati dal Battaglione Alpini Morbegno del 5° Reggimento Alpini, nel luglio del 1905, per l’adozione di una uniforme di colore grigio per mimetizzare maggiormente i combattenti che portavano uniformi luccicanti e multicolori.
La nuova uniforme fu esperimentata a Bergamo, sede del Battaglione Alpini Morbegno, da un plotone della 45a compagnia, denominato il “Plotone grigio”, al comando del tenente Tullio Marchetti, trentino, che da tenente colonnello sarà poi il capo ufficio informazioni della Prima Armata e, dopo il felice esito delle prove effettuate con il resto del battaglione, nel 1908 la nuova uniforme fu adottata da tutto l’Esercito Italiano. Con l’adozione della nuova uniforme la vecchia “bombetta” nera veniva sostituita con un cappello di feltro colore grigio verde che a tutt’oggi è ancora in dotazione alle truppe Alpine.
Nei quindici anni che intercorsero tra l'inizio del secolo e lo scoppio della prima guerra mondiale, le truppe alpine non subirono trasformazioni determinanti. Dai sei reggimenti costituiti nel 1882 e dal settimo formato nel 1887, le unità vennero aumentate di qualche migliaio tra il 1908 e il 1909 con la costituzione dell'ottavo reggimento dopo che l'apertura della ferrovia del Sempione aveva imposto maggiori esigenze difensive in val d'Ossola. Nei primi anni del secolo venne aperto un dibattito sull'opportunità di unire i reparti Alpini con i Bersaglieri creando un unico corpo, ma le speciali esigenze della guerra in montagna mal si accostavano a maggiori raggruppamenti di truppe che avrebbe portato questa unione.
Per quanto riguarda l'armamento, la novità dei primi anni del secolo fu la mitragliatrice, affermatasi dopo il conflitto russo-giapponese del 1905.
Le prime mitragliatrici utilizzate dagli Alpini furono le Maxim Mod. 1906 (utilizzate nella campagna di Libia) e le Maxim-Vickers Mod. 1911 distribuite a partire dal 1913.
Il battesimo del fuoco
Verso la fine del XiX secolo anche l'Italia venne colta dal "mal d'Africa", sospinta dalla brama di cercare alla pari di altre potenze europee nuovi "spazi vitali". Il "battesimo del fuoco" delle truppe Alpine avvenne durante la guerra di Abissinia.
Per cancellare la cocente sconfitta dell'agguato di Dogali dove nel 1887 caddero 413 soldati italiani su 500, il presidente del consiglio Francesco Crispi spedì un contingente di Alpini in Etiopia nell'inverno 1895/'96, dopo che gli insuccessi dell'Amba Alagi e di Macallé indussero Crispi a mandare i rinforzi richiesti al generale Oreste Baratieri, governatore della colonia.
"Lo facciamo tanto per prova", queste furono le parole con cui Crispi giustificò quell'impegno un po' improprio degli Alpini. Nato per la difesa dell'arco alpino, questo corpo di fanteria da montagna ebbe il suo battesimo nella battaglia di Adua in Etiopia, durante la quale patirono indicibili sofferenze nonostante l'iniziale fiducia nell'impresa, e dove all'alba del 1º marzo 1896 i 15.000 soldati del generale Baratieri, di cui facevano parte anche 954 alpini, vennero travolti dagli oltre 100.000 guerrieri di Menelik II.
Dei 954 alpini partiti dall'Italia sotto il comando del tenente colonnello Davide Menini, ne rimasero vivi solo 92 e lo stesso Menini fu decorato con la medaglia d'argento alla memoria.
Il primo alpino a cui venne assegnata la medaglia d'oro al valor militare fu il capitano Pietro Cella, nato a Bardi, anch'egli morto in quella mattina ad Adua. Un epilogo onorevole nonostante la sconfitta fosse l'inevitabile conclusione di una missione organizzata male e frettolosamente.
La guerra italo-turca
Lo scoppio del conflitto italo-turco per il possesso della Libia, nell'autunno 1911, significò un nuovo impiego operativo per le truppe alpine in terra d'Africa. Il 29 settembre 1911, dopo il rifiuto dell'ultimatum, l'Italia dichiarò guerra all'Impero ottomano e appena una settimana dopo, il 4 ottobre, sbarcarono a Tobruch i primi uomini del Corpo di spedizione comandato dal tenente generale Carlo Caneva.
Quella che doveva essere una facile e trionfale occupazione, scontava in realtà fin dall'inizio delle operazioni i limiti di una campagna improvvisata in pochi giorni e condotta con la piena sottovalutazione delle forze nemiche. Le truppe turche calcolate in circa 5.000 uomini in Tripolitania e 3.000 in Cirenaica si ritirarono verso l'interno dando il via ad una consistente resistenza nel deserto, anche grazie all'appoggio della popolazione indigena.
Dopo i primi scontri si capì subito la portata del conflitto, fu una guerra difficile per cui il contingente dovette essere aumentato dagli iniziali 35.000 uomini a oltre 100.000, in cui l'ambiente e l'ostilità della popolazione rese impossibile mantenere il controllo delle terre occupate.
Alla fine il bilancio fu di 3.500 morti (di cui 2.500 italiani e circa 1.000 tra Ascari eritrei, libici o somali), 1.500 prigionieri, 37 cannoni e 9.000 fucili furono invece le perdite di materiali.
Le truppe alpine parteciparono alla campagna libica con un numeroso contingente: tredici batterie da montagna più i battaglioni "Saluzzo", "Edolo", "Mondovì", "Feltre", "Vestone", "Ivrea", "Fenestrelle", "Verona", "Susa" e "Tolmezzo". Questi non furono impiegati come unità autonome, ma aggregati a reparti di fanteria, prendendo parte a tutti i combattimenti significativi, da Ain Zara (4 dicembre), a Sidi Said (26-28 giugno), a Zuara (luglio 1912). Dopo la firma del trattato di Ouchy, rimasero in Libia i battaglioni "Feltre", "Vestone", "Susa" e "Tolmezzo" con tre batterie da montagna riuniti nell'8° Reggimento alpini "speciale" al comando del colonnello Antonio Cantore.
Dopo un periodo di allenamento alla marcia, il reggimento dovette adattarsi a combattere tra le dune contro le tribù berbere o contro i musulmani della Cirenaica o nell'entroterra tripolino in una guerra più lunga del previsto, tanto che i primi contingenti che sbarcarono a Tobruch nell'ottobre 1911 (come l'8° Reggimento alpini "speciale") nel maggio 1915, quando l'Italia entrò in guerra contro l'Impero austro-ungarico, si trovavano ancora impegnati a difendere Tripoli e Homs dalle azioni di guerriglia della popolazione indigena.

Il colonnello Antonio Cantore, cadrà da eroe sulle Tofane nel luglio del 1915, colpito in fronte da una pallottola. Da allora, secondo una leggenda alpina tutti quelli che muoiono con il cappello alpino in testa salgono nel “Paradiso di Cantore” vicino all’eroico generale, comandante l’Armata delle “Penne Mozze” che oggi continua, anche per noi, ad accogliere veci e bocia.
Nelle tradizioni degli Alpini non esistono comportamenti o sentimenti sleali: il nemico si combatte ma non si disprezza.

Pochi anni dopo l’Italia entra in guerra contro l’Austria–Ungheria.
Alla Prima Guerra Mondiale gli Alpini, i “figli dei monti” come li chiamava Cesare Battisti, parteciparono con 88 battaglioni e 66 gruppi di artiglieria da montagna per un totale di 240.000 alpini mobilitati.
Torna ai contenuti