Gli avvenimenti - ANA Gruppo Alpini di Novara

IL CUORE PER AMARE E LE BRACCIA PER LAVORARE
GLI ALPINI ARRIVANO A PIEDI LA DOVE GIUNGE SOLTANTO LA FEDE ALATA
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La Grande Guerra

La Grande Guerra è il nome dato alla prima guerra mondiale che coinvolse quasi tutte le grandi potenze, e molte di quelle minori, tra l'estate del 1914 e la fine del 1918. Fu il più grande conflitto armato mai combattuto fino al 1939.
Anche l'Italia ne fu coinvolta e 7 milioni di italiani scoprirono di essere figli della stessa Patria che per riconoscerli ne chiedeva la vita.
Conobbero le trincee dell’Altopiano, le rocce del Carso, le nevi eterne dei ghiacciai alpini, le fredde acque del Piave. Ma soprattutto l’angoscia del sentire la morte accanto.
Dal 1915 al 1918 un esercito formato principalmente da contadini, pastori, bottegai e operai, quasi per metà analfabeti, senza una lingua comune, male armato e peggio comandato andò al massacro: era la Grande Guerra. Ma cosa ci è rimasto oggi di questo immane conflitto oltre ad una vasta documentazione e filmati? Sicuramente anche tante piccole storie, aneddoti che ci sono stati raccontati da coloro che ebbero la fortuna di ritornare. Storie di fame, miseria, di paura e di solitudine psicologica, ma anche di rassegnazione.
Storie di gente comune, di contadini analfabeti già abituati ad obbedire nella loro quotidianità e che, forse, ressero meglio degli altri alla tragicità degli eventi, storie di gente che con grandi sacrifici scrisse il nostro presente.

Questo documento vuole essere un richiamo per tutti affinché ci si ricordi sempre che qualsiasi guerra non avrà mai un vincitore assoluto ma soltanto alcune gradazioni di sconfitti.
Non dimentichiamo mai ciò che è successo, perché un popolo che ignora il proprio passato non saprà mai nulla del proprio presente (Indro Montanelli).








Gli avvenimenti
1914
Ci sono anni nella storia che più di altri sono utilizzati come simboli per indicare un cambiamento epocale, un prima e un dopo. Nel 476 crollò l'Impero Romano ed iniziò il lungo periodo del Medio Evo. Nel 1492 Cristoforo Colombo scoprì il continente americano dando il via all'età moderna.
Sebbene gli storici rifiutino una divisione così netta, queste date ormai hanno un loro preciso significato.
Allo stesso modo, il 1914 si può tranquillamente inserire nel gruppo di questi momenti-simbolo. In quell'anno si scatenò un evento che coinvolse buona parte del mondo e che lo cambiò radicalmente: la Grande Guerra.
Senza esagerare, si può affermare che si trattò di uno dei fatti più tragici e violenti dell'intera storia dell'uomo: "Pace significava gli anni precedenti il 1914: dopo quella data venne un'epoca che non meritò mai più l'aggettivo di pacifica".
Milioni di uomini in Europa, Asia, America e Africa vennero coinvolti direttamente o indirettamente in questo conflitto.
Le pianure, le colline, gli altopiani, le montagne, i mari e addirittura i cieli divennero dei campi di battaglia.
I numeri furono spaventosi: circa 10 milioni di morti (di cui almeno 650mila italiani), più di 18 milioni di feriti e 7 milioni di prigionieri o dispersi, solo la Seconda Guerra Mondiale fu più terrificante.
Certo, non bisogna pensare che da un momento all'altro, nell'estate del 1914, le Potenze europee abbiano deciso di dichiararsi guerra l'un l'altro.
In realtà, in quell'anno esplosero tutte le tensioni che si erano andate accumulando nel tempo.
Da diversi decenni i principali Stati (Inghilterra, Francia e Germania su tutti) erano impegnati a sfidarsi e a competere in campo politico, economico e tecnologico attraverso l'imperialismo, il colonialismo e le innovazioni della Seconda Rivoluzione Industriale.
A livello sociale invece erano emersi nuovi movimenti e correnti di pensiero destinate a monopolizzare il futuro come il nazionalismo (specie nei "vecchi" imperi ottomano e austro-ungarico) e il socialismo.
Dopo anni di tensioni, sfide e guerre minori, nel 1914 l'Europa "in poche ore precipitò nel baratro".
E l'Italia? Nel 1914 fu una "spettatrice interessata". Meno sviluppata economicamente e meno influente rispetto alle altre potenze europee, inizialmente si tenne fuori nonostante fosse legata alla Germania e all'Austria-Ungheria dal patto di Triplice Alleanza. Successivamente, allettata dalle proposte degli altri Paesi, scelse di scendere in campo nel maggio 1915. E così, come per il resto d'Europa, anche per l'Italia cambiò il corso della storia.
La scintilla: l'attentato di Sarajevo
28 giugno 1914
Il 28 giugno 1914 l'erede al trono dell'Impero d'Austria-Ungheria, Francesco Ferdinando, si trovava assieme alla moglie Sofia duchessa di Hohenberg in visita a Sarajevo, capitale della Bosnia-Erzegovina.
La visita si svolse in un clima politicamente teso: nonostante le tensioni etniche e religiose e le rivendicazioni della vicina Serbia, nel 1908 la duplice Monarchia decise di annettere questa regione all'Impero suscitando notevoli proteste a livello internazionale.
Il corteo inizialmente seguì il programma previsto. L'arciduca e la moglie sfilarono lungo le vie della città su un'autovettura scoperta, accompagnati dal sindaco e da altre autorità militari.
Lungo il tragitto verso il Municipio, improvvisamente un uomo appartenente all'organizzazione nazionalistica filo-serba "Mlada Bosna" (Giovane Bosnia) scagliò una bomba a mano contro la macchina dell'erede al trono. Il lancio però fu impreciso e l'ordigno, dopo aver sfiorato Sofia, deflagrò sotto un'altra vettura.
Il gesto seminò il panico e le automobili furono condotte velocemente al punto di destinazione. L'Arciduca, nonostante quanto accaduto, volle dimostrare di non essere stato intimorito e decise di proseguire la visita recandosi al Museo Nazionale. Il corteo quindi, seguendo la strada che costeggia il fiume Miljačka, ripartì ma con un'andatura molto più lenta in quanto la sede stradale era stata invasa dalla popolazione che prima si trovava sui marciapiedi.
Imboccato uno dei numerosi ponti della città, la macchina dell'arciduca Francesco Ferdinando si trovò di fronte ad un secondo attentatore della Giovane Bosnia, Gavrilo Princip, che armato di pistola sparò due colpi, uccidendo sia l'erede al trono che sua moglie.
La morte dell'Arciduca fu il momento culminante di una tensione ormai incontrollabile tra l'Impero asburgico e la Serbia: "da parte austriaca la volontà era di stabilire che la responsabilità era unicamente del governo serbo.
Era questo l'incidente che si desiderava sfruttare per una resa dei conti definitiva con la Serbia, per dare una lezione a quel paese che, protetto dall'impero russo, si poneva come capofila degli slavi meridionali".
L'Austria-Ungheria decise di inviare un ultimatum molto duro che, in caso di rifiuto, avrebbe provocato l'inevitabile conflitto. Le richieste asburgiche, presentate il 23 luglio 1914, vennero considerate inaccettabili dal governo serbo e due giorni dopo furono respinte.
Così il 28 luglio l'Imperatore Francesco Giuseppe firmò la mobilitazione delle truppe contro la Serbia ed il Montenegro.
Lo scoppio della guerra in Europa
01 agosto 1914
La dichiarazione di guerra alla Serbia non lasciò indifferente gli altri Stati europei. Negli ultimi anni del XIX secolo si erano formate delle alleanze tra alcuni paesi che si impegnarono, in caso di attacchi, a difendere lo Stato amico.
Si trattava della Triplice Intesa (formata dall'Impero Russo, la Francia e la Gran Bretagna) e della Triplice Alleanza (Impero austro-ungarico, Germania e Regno d'Italia).
A queste ne seguivano altre, considerate minori all'interno dello scacchiere delle potenze europee. Una però vedeva un accordo tra la Serbia e la Russia che, dopo l'ultimatum austro-ungarico, fu perciò la prima a muoversi. Lo zar Nicola II rispettò i patti e il 31 luglio mobilitò le sue truppe in aiuto alla Serbia, convinto come molti altri statisti e militari dell'epoca che questa ennesima guerra sarebbe terminata presto rimanendo circoscritta nei Balcani.
Questa decisione innescò la reazione della vicina Germania che il giorno seguente (1 agosto 1914) dichiarò a sua volta guerra alla Russia.
La Francia non rimase impassibile e rispettando gli accordi dell'Intesa si schierò con l'alleato russo subendo perciò la dichiarazione di guerra tedesca (3 agosto).
La scelta della Germania di attaccare la Francia attraverso l'invasione del Belgio (che si era dichiarato neutrale) portò al coinvolgimento anche della Gran Bretagna che scese in campo contro Berlino.
Due giorni dopo fu la volta dell'Austria-Ungheria che dapprima ufficializzò il conflitto con la Russia e successivamente, l'11 e 12 agosto, ricevette le dichiarazioni di guerra francese ed inglese.
Senza rendersene conto, nel giro di due settimane l'Europa si ritrovò coinvolta in una guerra gigantesca. La velocità delle comunicazioni rispetto al passato (grazie alle recenti invenzioni dei telegrammi, dei telefoni e dei comunicati stampa) innescò questa rapida reazione a catena.
Molti statisti e diplomatici non riuscirono a controllare le emozioni e le reazioni a caldo prevalsero su quelle meditate.
Gli eserciti iniziarono a muoversi rapidamente: la Grande Guerra era iniziata.
L'iniziale neutralità italiana
03 agosto 1914
Mentre i principali Stati dell'Europa rendevano note le loro dichiarazioni di guerra, l'Italia si pose ai margini del nascente conflitto annunciando la propria neutralità il 3 agosto nonostante avesse firmato nel 1882 la Triplice Alleanza con la Germania e l'Austria-Ungheria.
Il Governo Salandra fece leva sul principio che l'intervento a fianco di uno dei due Stati si sarebbe reso necessario solo per ragioni difensive.
In realtà la scelta di non partecipare da subito alla guerra era dovuta a diversi fattori. Innanzitutto, il ruolo dell'Italia all'interno dello scacchiere mondiale era piuttosto marginale a causa dell'arretratezza economica: metà della popolazione era impiegata nell'agricoltura, il 40% era analfabeta e il processo di industrializzazione si era sviluppato da pochi anni e solo in alcune zone del Nord.
Secondariamente, la scelta di non entrare subito in guerra fu dettata anche dalla situazione in cui versava l'esercito italiano. Il nuovo Capo di Stato Maggiore, il generale Luigi Cadorna, denunciò da subito la mancanza di equipaggiamenti invernali, bombe a mano, mezzi di trasporto, mitragliatrici e artiglieria campale.
Non meno importante era la carenza di ufficiali che andavano reclutati e formati nelle accademie militari.
Ma soprattutto, la neutralità avrebbe permesso al Governo di avviare delle trattative non ufficiali con gli altri Stati (anche con quelli facenti parte dell'Intesa): attendere l'evoluzione del conflitto e schierarsi con chi garantiva maggiori benefici era un vantaggio non trascurabile. In questo modo l'Italia poteva avanzare alcune richieste territoriali non da poco come il Trentino e la Venezia Giulia (con inclusa la città di Trieste), a quel tempo parte dell'Austria-Ungheria.
L'annuncio fatto il 3 agosto 1914 venne accolto positivamente dalla maggioranza della popolazione. Il mondo rurale riteneva generalmente la guerra una sciagura dato che la leva obbligatoria avrebbe tolto forza lavoro importante dai campi.
C'era inoltre l'influenza sia del movimento socialista, per la maggior parte schierato all'insegna di valori pacifisti e internazionalisti, sia del mondo cattolico, che si affidò alle scelte degli uomini politici (anche loro largamente favorevoli alla neutralità).
Fronte occidentale e fronte orientale
12 settembre 1914
Mentre l'Italia restava su posizioni neutrali, nel resto d'Europa la guerra si scatenò su più fronti. Inizialmente ci fu la rapida penetrazione della Germania in Francia e della Russia verso Occidente. Ma nel giro di poche settimane la speranza che si trattasse di un conflitto breve si rivelò vana: la stabilizzazione delle linee portò ad una guerra di posizione ed iniziarono ad essere scavati chilometri e chilometri di trincee.
La prima azione tedesca fu l'attuazione del cosiddetto Piano Schlieffen. Con una rapida mobilitazione delle truppe, la Germania puntava ad aggirare l'esercito francese ed occupare Parigi.
Si rese quindi necessaria l'invasione del Belgio in modo da fare avanzare l'ala destra dello schieramento e chiudere a tenaglia le truppe francesi. In breve tempo i soldati tedeschi avanzarono arrivando all'inizio di settembre a soli 40 chilometri dalla capitale.
La resistenza francese, aiutata dall'intervento britannico e dall'apertura del fronte orientale, permise di sconfiggere i tedeschi nella Prima Battaglia della Marna e l'esercito germanico fu così costretto ad arrestare la propria avanzata.
Sul fronte orientale le cose andarono in maniera del tutto imprevista per l'impero di Guglielmo II. La Russia infatti riuscì ad organizzare i suoi uomini in tempi molto rapidi spingendosi verso la Prussia orientale (oggi la regione di Kaliningrad) e costringendo la Germania ad inviare della armate anche su questo nuovo fronte.
Alla fine di agosto i generali tedeschi Hindenburg e Ludendorff riuscirono a fermare l'esercito zarista a Tannenberg, stabilizzando questo fronte che resse sino alla crisi russa del 1917.
Nel frattempo altri Stati entrarono in guerra allargando il conflitto anche in Asia: l'Impero Ottomano si schierò nell'ottobre del 1914 al fianco della Triplice Alleanza aprendo un nuovo fronte sul Caucaso contro i possedimenti britannici in Medio Oriente.
Il Giappone, alleato della Russia, il 23 agosto attaccò vittoriosamente i possedimenti tedeschi in Estremo Oriente, in particolare a Tsingtao, città cinese a nord di Shangai.
1915
Le trattative italiane per entrare in guerra
10 aprile 1915
Le prime settimane di guerra non rispettarono le previsioni fatte dai comandi militari e dai politici dei paesi belligeranti. Le truppe, anziché avanzare o retrocedere, si erano attestate su linee pressoché immobili.
Era evidente che le cose sarebbero cambiate solo con l'apertura di nuovi fronti e con il conseguente spostamento di uomini. Il ruolo dell'Italia, fino adesso ai margini di quanto stava accadendo, iniziò perciò ad essere considerato molto importante a livello europeo.
L'idea di entrare in guerra cominciò a farsi strada anche all'interno del Paese.
Il gruppo degli interventisti italiani iniziò a prendere coraggio. Sui giornali e nei comizi pubblici un gruppo eterogeneo di politici e intellettuali si impegnò nel convincere gli italiani come la guerra avrebbe potuto concludere l'unificazione italiana con l'acquisizione delle terre irredente. Allo stesso tempo, il governo non voleva restare fuori troppo a lungo dalla "politica di potenza" europea. Nell'inverno del 1915 vennero così avviate le prime trattative per un coinvolgimento dell'Italia nella Grande Guerra.
Ad iniziare furono gli alleati della Triplice Alleanza che, in realtà, desideravano che la neutralità fosse mantenuta. Conoscendo i desideri italiani, Austria-Ungheria e Germania sapevano che gli Stati dell'Intesa potevano offrire potenzialmente contropartite molto più interessanti.
Nel dicembre del 1914 il governo tedesco inviò a Roma Bernhard von Bulow, già cancelliere all'inizio del secolo, per discutere con il governo italiano. Il problema ruotava tutto intorno alle richieste territoriali nei confronti dell'impero asburgico: se per il Trentino vi erano margini di trattativa, Trieste era giudicata incedibile.
Le trattative proseguirono per tutto l'inverno del 1915 senza arrivare ad alcun risultato. L'ambasciatore fece una nuova proposta all'Italia offrendo l'Albania che però venne rifiutata. Il 27 marzo l'Austria-Ungheria dichiarò di essere disponibile alla cessione dell'intero Sud Tirolo ma non di Trieste.
Il 10 aprile il Ministro degli Esteri Sonnino ruppe gli indugi e fece le sue controproposte all'impero di Francesco Giuseppe: "la cessione del Trentino si dilatava ai confini che questa regione aveva durante il Regno italico nel 1811, escludendo le valli Gardena e Badia ma includendovi l'Ampezzano; il confine orientale andava corretto col trasferimento all'Italia di Gorizia e Gradisca; Trieste e il territorio adiacente dovevano costituirsi in entità autonoma, con porto franco e milizie proprie; l'arcipelago delle Curzolari, situato davanti alla costa dalmata, sarebbe stato ceduto all'Italia.
Inoltre andava riconosciuta la piena sovranità italiana su Valona, con il territorio necessario alla sua difesa, ivi compreso l'isolotto di Saseno".
Vienna rifiutò totalmente di cedere i territori sul confine orientale e in Dalmazia e così le trattative con la Triplice Alleanza si interruppero. Dopo una lunga pausa, alla fine d'aprile il dibattito si riaprì ma si trattò di una clamorosa messinscena: il governo italiano aveva già raggiunto segretamente un accordo con l'Intesa firmando il Patto di Londra.

Il Patto di Londra
26 aprile 1915
Il governo italiano, guidato dall'astuzia diplomatica del suo Ministro degli Esteri Sidney Sonnino, non era impegnato solo nelle trattative con la Triplice Alleanza, ma avviò segretamente un dialogo anche con quelli dell'Intesa.
Il loro desiderio era aprire un nuovo fronte nel sud dell'Europa.
Il 16 febbraio 1915 fu inviato a Londra un promemoria con le condizioni per la discesa in campo dell'Italia a fianco dei paesi dell'Intesa.
Il 4 marzo l'ambasciatore italiano in Gran Bretagna, il marchese Guglielmo Imperiali, illustrò al Ministro degli Esteri inglese Edward Grey i 16 punti di questo promemoria raccomandandogli l'assoluta segretezza. Da parte sua il politico inglese dovette informare gli interlocutori italiani che avrebbe dovuto discuterne, almeno verbalmente, anche con la Francia e la Russia.
Il 1 aprile il Primo Ministro britannico, Herbert Asquith, inoltrò al governo di Roma le controproposte dell'Intesa che non includevano più le terre dalmate. Dopo ulteriori discussioni il 14 aprile venne raggiunto l'accordo tra l'Italia ed i paesi dell'Intesa che firmarono dodici giorni dopo il Patto di Londra.
Nello specifico, questo era composto da tre documenti: le richieste italiane, l'impegno dei quattro paesi a non raggiungere una pace separata e la promessa nel mantenere la segretezza di questo accordo.
L'Italia si impegnava ad entrare in guerra entro un mese dalla firma del Trattato a fianco di Gran Bretagna, Francia e Russia contro tutti i nemici di questi paesi ovvero Austria-Ungheria, Germania e Impero Ottomano.
In cambio, con il futuro trattato di pace, l'Italia avrebbe ottenuto il Sud Tirolo, il Trentino, Gorizia, Gradisca, il territorio di Trieste, l'intera penisola istriana fino al Golfo del Quarnaro con le isole di Cherso e Lussino, le isole della Dalmazia e le città di Zara, Sebenico e Trau, la città di Valona e l'isola di Saseno, la sovranità sul Dodecanneso, il riconoscimento di zone d'influenza nell'Asia Minore e la rettifica di alcuni confini nell'Africa italiana.
Interventisti e neutralisti: il "maggio radioso"
09 maggio 1915
L'entrata in guerra fu uno dei momenti chiave della storia d'Italia. Con questa decisione il Regno scelse di entrare attivamente nella storia mondiale per ritagliarsi quello "status" di grande potenza nell'area adriatica e balcanica che tanto desiderava.
Le terre irredente erano certamente un buon motivo per partecipare al conflitto, ma non il principale. Chi aveva premuto per l'entrata in guerra aveva vissuto con angoscia la sensazione di essere tagliato fuori dai grandi avvenimenti che stavano coinvolgendo le grandi potenze mondiali (ad esclusione degli Stati uniti).
Ma l'avvicinamento alla guerra fu tutt'altro che un percorso semplice. Il Patto di Londra infatti fu talmente segreto che nemmeno i vertici militari ne furono informati.
Non solo: questa decisione non fu presa da una maggioranza politica o della popolazione, ma per volere del solo governo sostenuto da una minoranza molto agguerrita dell'opinione pubblica che seppe influenzare la società. Nei mesi precedenti si erano susseguiti in tutta la penisola dibattiti e manifestazioni pubbliche a favore della guerra che si intensificarono all'inizio di maggio dopo un discorso di Gabriele D'Annunzio a Genova il 5 maggio.
Seguirono diversi cortei in tutte le maggiori città che spesso sfociarono nella violenza. In quei giorni di maggio, soprannominato dagli stessi interventisti come "radioso", nulla sembrava ormai ostacolare l'entrata in guerra.
Il 9 maggio l'ex Primo Ministro Giovanni Giolitti, convinto neutralista, fece ritorno a Roma dopo diversi mesi. I deputati contrari alla guerra, che fino a quel momento avevano passivamente subito le azioni degli interventisti, scelsero di agire vedendo nel vecchio statista piemontese un punto di riferimento sicuro.
Simbolicamente portarono a casa di Giolitti il proprio biglietto da visita simulando una votazione a suo favore e quindi per il neutralismo. Questo gesto fece capire a Salandra che la maggioranza parlamentare non lo sosteneva e presentò a Vittorio Emanuele III le proprie dimissioni.
Il Re, anche lui interventista, le accolse a malincuore e chiese a Giolitti di formare un nuovo governo.
Giolitti avrebbe potuto impedire l'entrata in guerra dell'Italia ma rifiutò il nuovo incarico. I motivi furono diversi: dalla sua età avanzata (73 anni) al fatto che rinnegando il Patto di Londra avrebbe tolto al Paese anche l'ultima possibilità di trarre dei benefici territoriali dalla guerra.
L'Italia sarebbe rimasta fuori da tutte le alleanze, isolata, senza alcun potere in Europa e non avrebbe mai ricevuto nemmeno le terre irridente.
A Roma e Milano gli interventisti organizzarono grandi manifestazioni che portarono Vittorio Emanuele III a ridare l'incarico ad Antonio Salandra. L'Italia perciò si preparò all'entrata in guerra contro l'Austria-Ungheria.
L'Italia nella Prima Guerra Mondiale
24 maggio 1915
Il Capo di Stato Maggiore Luigi Cadorna, appresa la notizia del Patto di Londra, accettò gli ordini ma comunicò che l'esercito non sarebbe stato pronto prima di un mese. Ciononostante il morale era alto: il generale era convinto che nel giro di un mese il suo esercito avrebbe raggiunto Trieste; Salandra, quando venne interrogato da Francesco Saverio Nitti nell'estate del 1915 sulle attrezzature invernali dell'Esercito, rispose: "Credi che la guerra possa durare oltre l'inverno"?
Entrambi non sembravano aver preso in considerazione le diverse comunicazioni che già circolavano sulla nuova guerra. L'attaché militare a Berlino, Luigi Bongiovanni, aveva scritto ad esempio diverse relazioni su quali fossero le condizioni di questo conflitto e su come, dopo poche settimane di combattimenti, si fosse trasformato in una guerra di posizione logorante, immobile, con scavi di trincee e fronti difficili da spostare.
La preparazione dell'esercito italiano prevedeva un piano sia di offesa che di contenimento lungo un arco che partiva dal Passo dello Stelvio (confine tra Lombardia e Alto Adige) sino alla zona orientale della pianura friulana per un totale di circa 600 chilometri.
Il fronte venne diviso in 5 settori: quello più occidentale aveva carattere prevalentemente difensivo mentre gli altri quattro, dal Cadore fino alla zona di Cervignano del Friuli, erano offensivi.
Dal canto suo, l'Austria-Ungheria aveva già capito cosa sarebbe successo da diverse settimane. La propaganda militare aveva iniziato a disegnare l'Italia come uno Stato infido e traditore da cui aspettarsi qualsiasi tipo di azione meschina. Il 20 maggio l'Imperatore ordinò lo stato d'allarme e nominò l'Arciduca Eugenio comandante del nuovo fronte a sud-ovest.
Tre giorni dopo Vittorio Emanuele III inviò all'ambasciatore italiano a Vienna la dichiarazione di guerra. Si informava che il giorno successivo, il 24 maggio 1915, sarebbero iniziate le operazioni dell'esercito italiano lungo il confine.

I primi giorni della Grande Guerra italiana
25 maggio 1915
Quando cominciarono gli scontri, Cadorna aveva a disposizione circa 400mila uomini nelle pianure del Veneto e del Friuli. A parte la Prima Armata, che aveva funzioni prevalentemente difensive, le altre armate e la Zona Carnia avevano già ricevuto ordine di avanzare oltre la linea di confine.
L'esercito austro-ungarico poteva contare invece su solo 50/70 mila soldati, saliti a 110 mila la settimana successiva. Le sue truppe rispecchiavano l'eterogeneità dell'Impero dove solo un quarto parlava la lingua tedesca e contava tra le sue fila anche il 2 percento di italiani.
Ma queste differenze erano superate dal forte sentimento anti-italiano (specie fra gli austriaci e gli slavi) come notò il feldmaresciallo tedesco Hindenburg: "[le truppe asburgiche] combattevano i russi con la testa ma attaccavano gli italiani con tutta l'anima.
Nella zona del Medio e Basso Isonzo, l'obiettivo iniziale era isolare Gorizia raggiungendo a sud Monfalcone e a nord la conca di Caporetto.
Nonostante l'esercito austro-ungarico avesse lasciato diversi chilometri privi di qualsiasi resistenza e posto le difese sui primi rilievi, gli italiani avanzarono con molta circospezione. Attraversarono il confine a Cervignano del Friuli ed impiegarono due giorni per giungere fino alla sponda destra dell'Isonzo che, a causa delle forti piogge, non era possibile attraversare.
Oltrepassato la notte del 4 giugno, i soldati furono ulteriormente rallentati dagli acquitrini creati dagli austriaci che nel frattempo organizzarono le proprie difese sul Carso alle spalle di Monfalcone, raggiunta dagli italiani il 9 giugno.
Mentre la Brigata Messina entrava nella città portuale, più a nord la Seconda Armata sferrò il suo primo attacco al Monte Calvario, alla periferia di Gorizia. Le colline che circondano la città isontina erano già state tutte preparate per la difesa e così questa azione fallì.
Nelle Valli del Natisone invece l'inesperienza e l'impreparazione portò a compiere degli errori piuttosto banali: giunti a Caporetto il 25 maggio, i comandi decisero di conquistare i monti Nero e Mrzli per poter circondare da nord il paese di Tolmino. Inspiegabilmente, l'avanzata venne fermata a fine maggio e solo il 16 giugno il 3 Reggimento Alpini conquistò il Monte Nero.
Fu evidente così che quella che doveva essere una guerra di "spirito offensivo" si rivelò invece un'avanzata timorosa e mal organizzata. La qualità scadente dell'equipaggiamento e delle comunicazioni fra reparti stava già dando i suoi problemi. Inoltre, il morale delle truppe iniziò a vacillare già dai primi istanti quando si resero conto che le popolazioni friulane ed isontine accolsero con molto sospetto il loro arrivo (nonostante la propaganda li avesse convinti del contrario).
Nel primo mese, l'Italia perse circa 15 mila uomini e già il 10 giugno 1915 Cadorna comunicava alla famiglia (e poi anche a Salandra) che anche sul fronte italiano si stava per profilare una guerra di trincea che non si sarebbe conclusa rapidamente.

L'avanzata verso il Passo Falzarego
28 maggio 1915
La zona del Cadore e delle Dolomiti orientali venne compresa nel settore destinato alla Quarta Armata. Nonostante le pareti di roccia verticali e le altezze considerevoli, il Comando Supremo lo considerò un settore offensivo e ordinò l'immediata avanzata all'interno delle valli.
Come successo dalle parti dell'Isonzo, anche qui l'esercito austro-ungarico era indietreggiato rispetto alla linea di confine preferendo controllare la situazione dalle montagne circostanti: venne abbandonato il fondovalle di Cortina d'Ampezzo (che proprio ad inizio '900 aveva iniziato a diventare una celebre meta turistica) con l'importante snodo stradale che collegava Belluno a Dobbiaco e la Carnia a Bolzano.
L'avanzata quindi avrebbe potuto essere rapida e arrivare fino in Val Pusteria, all'interno dell'Austria-Ungheria. Invece i movimenti delle truppe furono molto lenti e solo il 28 maggio venne superato il Passo Tre Croci ed occupata Cortina. Seguendo la strada verso il Passo Pordoi, i soldati italiani si spinsero fino al Passo Falzarego (che incrocia la Val Parola) ma il Sass de Stria, un tipico rilievo dolomitico a forma di guglia, risultò essere invalicabile.
La Brigata Reggio Emilia venne decimata durante il primo assalto (15 giugno) e successivamente la cima venne più volte conquistata e persa con il sacrificio di molte vite umane.
Allo stesso modo la spinta verso il Col di Lana fu più volte bloccata e questa montagna si trasformò in uno dei rilievi più contesi nei primi mesi di guerra. Alla fine di ottobre un reparto italiano riuscì ad occuparlo parzialmente lasciando però la cima in mano austro-ungarica.

Le battaglie tra il Monte Croce e il Monte Piana
07 giugno 1915
Se la spinta verso ovest nel settore della Quarta Armata era praticamente immobile visto lo schieramento delle truppe austro-ungariche, quella settentrionale non ebbe miglior fortuna.
Nonostante i Landsturm e gli Standschutzen fossero in numero molto limitato, le truppe italiane ritardarono l'occupazione del Passo di Monte Croce Comelico permettendo così alle riserve ed alle armi di giungere anche in questo punto del fronte.
Per tutta l'estate i soldati di entrambi gli schieramenti si fronteggiarono per occupare le cime della zona, in particolare il Seikofel ed il Burgstall che passarono frequentemente di mano.
L'11 giugno gli austro-ungarici riuscirono ad occupare il Monte Peralba mentre gli italiani cercarono di avvantaggiarsi nei pressi della strada che conduceva a Sesto. La cittadina della Val Pusteria però era ben difesa dai forti presenti sulle cime circostanti e nella località di Landro. Si susseguirono lunghe e cruente battaglie che non dettero alcun vantaggio territoriale ma solo ingenti perdite umane.
Più a sud, tra il Passo di Monte Croce Comelico e Cortina, i combattimenti si concentrarono attorno alle Tre Cime di Lavaredo, al Monte Paterno(dove morì Sepp Inneklofer) e al Monte Piana, un rilievo di 2300 metri da sempre storico confine tra i due Paesi.
Essendo quest'ultimo un punto di contatto tra la vallata di Landro (in Alto Adige) ed il Cadore, entrambi gli schieramenti lo considerarono come un obiettivo primario.
Privo di presidi nel maggio del 1915, venne occupato una prima volta dai soldati asburgici il 7 giugno 1915 e venne immediatamente fortificato nonostante gli insistenti bombardamenti italiani. Il 15 luglio la Brigata Marche attaccò i presidi austro-ungarici e dopo cinque giorni di lotta (che costarono la perdita di circa mille uomini) ci fu l'occupazione delle fortificazioni meridionali ma non di quelle settentrionali.
Nei giorni di agosto e settembre le azioni continuarono ma la cima del Monte Piana fu inconquistabile. I continui bombardamenti e le operazioni di fanteria (tra cui quella del 2 agosto, numericamente la più importante), non cambiarono nulla ad eccezione dell'occupazione, temporanea, del vicino Monte Rosso. L'arrivo della prima neve già a fine settembre rallentò questa foga anche se sulle cime circostanti gli scontri non si placarono mai del tutto.

L'Adamello e le battaglie sugli altopiani
09 giugno 1915
Il settore più occidentale, quello che dalla Valtellina scendeva fino alla zona degli altipiani di Asiago e Folgaria, era l'unico a cui era stato ordinata una tattica difensiva o, quantomeno, di mantenimento delle posizioni. La Prima Armata comandata dal generale Roberto Brusati doveva infatti impedire qualsiasi azione austro-ungarica che scendesse verso la pianura veneta: se fosse avvenuta una cosa del genere, le altre quattro armate si sarebbero ritrovate accerchiate.
Ciononostante, anche per mantenere alto il morale e l'entusiasmo dei soldati giunti su questo difficile fronte, il Comando Supremo diede la possibilità di organizzare degli attacchi in caso di situazioni evidentemente favorevoli.
Nel settore lombardo vennero organizzate singole azioni, sempre caratterizzate da spostamenti lenti e insicuri. Alcune cime a sud del Passo del Tonale, tra la Val Camonica e la Val di Sole, vennero occupate ma la maggior parte dei sentieri e dei camminamenti in mezzo ai ghiacci perenni furono perlopiù sorvegliati a distanza.
Leggermente più movimentata fu la zona della Val Daone, della Valle del Chiese e nell'Alto Garda. Abbandonate dagli austro-ungarici, alcune brigate italiane riuscirono a spingersi verso gli abitati di Bezzecca, Storo e Pieve di Ledro mentre i paesi sul lago rimasero ben presidiati dagli asburgici.
Sulle Prealpi vicentine invece le possibilità di poter attaccare, sia da una parte che dall'altra, erano maggiori grazie all'accessibilità di alcune valli. Per questo motivo gli austro-ungarici, in numero decisamente minore rispetto agli italiani, dovettero arretrare in modo da saldare le linee difensive con quelle dell'Altopiano di Folgaria, ottimamente presidiato dalle recenti costruzioni di efficienti e moderni forti con cannoni ed obici puntati verso Asiago.
I soldati del III corpo della Prima Armata entrarono in Vallagarina e occuparono (con azioni proseguite fino ad autunno inoltrato) il Monte Baldo ed i massicci delle Piccole Dolomiti e del Pasubio fino al Col Santo.
La linea avanzata riuscì a spingersi fino a Castel Dante e a San Colombano, a meno di due chilometri dall'importante città di Rovereto. Qui la spinta si arrestò e le posizioni rimasero immutate fino al maggio 1916.
Nella zona dell'Altopiano di Asiago le truppe italiane ebbero l'occasione di avanzare in territorio nemico dopo soli 4 giorni. Il forte austro-ungarico di Luserna si arrese già il 28 maggio esponendo la bandiera bianca sul proprio tetto. I soldati però non riuscirono ad occuparlo: alla loro caratteristica lentezza si aggiunse la reazione dei forti vicini che diressero i loro colpi verso Luserna, in attesa che il vessillo bianco venisse tolto e che la postazione riprendesse i propri doveri.
Il 12 giugno un'azione via terra dei soldati austro-ungarici riuscì ad impossessarsi del Monte Coston, una cima tra Folgaria e Tonezza del Cimone mentre nelle settimane successive gli scontri proseguirono soprattutto attraverso le bombe e granate lanciate dai rispettivi forti (non a caso questa fase della guerra è stata anche definita come la "guerra dei forti").
Il 24 agosto 1915, dopo un lungo bombardamento verso le fortificazioni austro-ungariche di Verle e Pizzo Vezzena, venne lanciato un nuovo attacco. I comandi erano convinti che le truppe avrebbero incontrato solamente un grande numero di macerie. Invece i forti erano rimasti ancora integri e lo scontro che si consumò nei pressi del Passo di Vezzena fu uno dei primi massacri nel settore della Prima Armata. L'arrivo delle abbondanti nevicate alla fine di ottobre bloccò la gran parte delle iniziative fino alla primavera successiva.

Le Alpi Giulie nell'estate del 1915
12 giugno 1915
Tra tutti i passaggi alpini che portavano verso l'Impero austro-ungarico, uno dei più particolari e significativi fu senza dubbio quello delle Alpi Giulie alla confluenza del Canal del Ferro e della Val Canale. Il rio Pontebbana rappresentava il confine tra i due Stati e tagliava in due l'odierna cittadina di Pontebba: a sud-ovest la parte italiana, a nord-est quella austriaca (chiamata Pontafel).
La linea proseguiva poi ad est lungo le cime che dividono la Val Dogna dalla stessa Val Canale, incrociando la Val Saisera e la Val Raccolana fino a scendere lungo le pareti del Monte Nero e ricongiungersi con le Prealpi Giulie, all'altezza della Valli del Natisone.
In questa zona le prime avvisaglie della guerra si ebbero prima del 24 maggio 1915: la popolazione italiana di Pontebba, che fino a quel momento aveva vissuto tranquillamente, fu evacuata. I ponti (quello stradale e quello ferroviario) vennero fatti brillare mentre i forti austro-ungarici presenti a Malborghetto e nei pressi del Lago di Raibl (Predil)furono organizzati in vista del conflitto.
I combattimenti entrarono nel vivo il 12 giugno 1915 quando giunsero a Dogna due obici da 305 millimetri. Iniziò così il bombardamento del forte Hensel, a Malborghetto, un'imponente struttura militare costruita ancora in epoca napoleonica. Stessa azione fu intrapresa dal passo di Sella Nevea, in Val Raccolana, sulle postazioni permanenti presenti nella zona del Lago di Raibl, a sud di Tarvisio.
Il 30 luglio, l'azione del Battaglione Alpini Gemona riuscì nell'impresa di occupare la Forchia di Cjanalot e il Pizzo Orientale creando così, assieme allo Jôf di Miezegnot e al vicino Jôf di Somdogna un'ottima zona di controllo sul confine. Il tentativo di rioccupare questa zona assieme alla Sella di Somdogna da parte degli austro-ungarici fallì il 18 ottobre. Come per la zona delle Dolomiti, la stagione autunnale in montagna cedette presto il passo a quella invernale, fossilizzando così le posizioni fino alla primavera successiva.

Le Alpi Carniche nell'estate del 1915
14 giugno 1915
Più che in altri settori del fronte, in Carnia le difficoltà iniziali furono immediatamente palesi per l'esercito italiano. La deposizione fatta dal deputato Michele Gortani nell'inchiesta di Caporetto permette di scoprire alcuni particolari sorprendenti e grotteschi: "mancava dunque, dicevo, tutto quello che occorre per la guerra in trincea. Alle bombe a mano in Carnia supplì per qualche tempo il generale Lequio con un impianto improvvisato. Aveva acquistato un notevolissimo stock di coppelle mestolo per cucina, le faceva congiungere, praticava un foro nel centro di una di esse e vi applicava un cilindretto di latta per l'esplosivo".
Ciononostante, gli Alpini e i Feldjäger impegnati nell'alta Val But dettero vita a dei durissimi scontri nei pressi dello strategico Passo di Monte Croce Carnico. I primi si impossessarono del Pal Piccolo e del Pal Grande mentre i secondi occuparono il Freikofel. I comandi però erano intenzionati a creare una linea di controllo sicura e quindi entrambi gli eserciti avevano ricevuto l'ordine di scalzare i rispettivi avversari da queste cime.
Nel giugno e nel luglio del 1915 Alpini e Feldjager si fronteggiarono furiosamente senza però ottenere risultati: tutte le vette furono occupate solo parzialmente e le prime linee si trovavano a pochi metri l'una dall'altra. Così, già nelle prime settimane i soldati ebbero a che fare con una guerra di posizione logorante che solo l'inverno riuscì a fermare momentaneamente.
Con meno tenacia ma con la stessa violenza si verificarono diverse azioni anche sulle cime dell'alta Val Degano (ad ovest del passo) e in Val Chiarsò (ad est). Specialmente in quest'ultima ci fu un'avanzata austro-ungarica grazie all'attacco sul Monte Lodin e sulla Cima Puartis mentre il possente sistema difensivo italiano allestito sul Monte Zermula bloccò l'azione asburgica.

La Prima Battaglia dell'Isonzo
23 giugno 1915
Dopo un mese dall'inizio ufficiale della guerra, il 23 giugno 1915 il generale Cadorna lanciò la prima grande offensiva sul fronte dell'Isonzo, ribattezzata Prima Battaglia dell'Isonzo.
Gli obiettivi erano diversi: la Seconda Armata avrebbe dovuto raggiungere il Monte Mrzli, il paesino di Plava e rafforzare le proprie posizioni a nord di Gorizia mentre la Terza Armata avrebbe dovuto avanzare tra Sagrado e Monfalcone.
La prima azione venne intrapresa nella zona di Plava dove si cercò invano di conquistare Quota 383 ma l'inadeguatezza della potenza di fuoco italiana contro quella austriaca era palese. Stessa sorte più a nord, sul Monte Mrzli, dove dal 1 luglio le truppe italiane cercarono di allontanare i soldati asburgici senza alcun risultato. Alle difficoltà logistiche si aggiunse anche la forte pioggia che aveva trasformato le colline in lunghe distese di fango.
L'unico settore in cui le operazioni ottennero qualche risultato fu nella zona di Sagrado dove il cannoneggiamento italiano, iniziato il 23 giugno, costrinse gli austro-ungarici ad arretrare fino alla linea del Monte Sei Busi e del Monte San Michele. Al contrario, nel settore meridionale di Monfalcone, gli attacchi sul Monte Cosich e sulle Quote 85 e 121 fallirono procurando gravi perdite.
Dopo un incontro avvenuto il 2 luglio a Cervignano tra Cadorna ed il generale a capo della Terza Armata, Emanuele Filiberto Duca d'Aosta, furono inviati alcuni rinforzi che però non sortirono alcun cambiamento. Nei giorni seguenti gli scontri scemarono ed il 7 luglio 1915 la battaglia si dichiarò conclusa senza nessun risultato significativo.

La Seconda Battaglia dell'Isonzo
17 luglio 1915
Il giorno in cui si concluse la Prima Battaglia dell'Isonzo si tenne a Chantilly, in Francia, la prima conferenza interalleata. Le autorità militari dell'Intesa analizzarono la situazione dopo un anno di guerra: il fronte occidentale era sostanzialmente immutato mentre quello russo, dopo la sconfitta delle truppe zariste a Gorlice (nel sud dell'odierna Polonia), si trovava in difficoltà. Si chiese perciò all'Italia di continuare con risolutezza l'offensiva sul suo fronte in modo da impegnare le truppe austro-ungariche e di avanzare almeno fino a Klagenfurt e Lubiana.
Il 17 luglio la mobilitazione delle truppe fu completa e la Seconda Battaglia dell'Isonzo venne annunciata per le ore 4 del giorno successivo lungo un fronte di 36 chilometri.
Obiettivo principale era il Monte San Michele, un'altura carsica a sud di Gorizia.
La sommità fu raggiunta il 20 luglio ma il generale Svetozar Borojevic, capo della Quinta Armata, riuscì ad organizzare un contrattacco che il giorno dopo restituì la collina agli austro-ungarici.
Più a sud, nella zona di Monfalcone, la Terza Armata subì moltissime perdite nel tentativo di assaltare il Monte Cosich. Le postazioni e le armi nemiche erano ben posizionate mentre i ripari italiani non furono efficaci. Stessa sorte nella zona settentrionale di Gorizia dove gli assalti al Monte Sabotino, al Calvario ed alla Quota 383 di Plava fallirono totalmente.
Sull'Alto Isonzo la situazione era resa ancora più difficile dal clima, caratterizzato da fitte piogge che sui 2000 metri del Monte Nero si trasformavano in raffiche di vento ed acqua gelida. Virgilio Bonamore, un ufficiale del 21 battaglione Bersaglieri, raccontò come tutto il suo gruppo, a parte cinquanta uomini, scese dalla cima con i piedi congelati.
Dopo una pausa di alcuni giorni, il 14 agosto giunse l'ordine di ricominciare l'azione sul Monte Nero ed il Monte Mrzli ma dopo diversi assalti le truppe austro-ungariche respinsero l'attacco.
La Seconda Battaglia, ricordata in particolare per gli scontri sul Monte San Michele, fu per l'esercito italiano il primo bagno di sangue su larga scala. Mentre nella Prima furono messi fuori combattimento circa 15 mila uomini (3.500 morti e 11.500 feriti), questa provocò il triplo delle perdite. Il problema principale risiedeva nel modo di condurre gli attacchi da parte degli ufficiali italiani, non ancora addestrati alle nuove tattiche di guerra in trincea, e alle nuove armi comparse in questo conflitto. Gli assalti alle trincee nemiche, difese da lunghe file di reticolati, rendevano gli attaccanti facili bersagli per il fuoco nemico.
Le grandi perdite, le false promesse e le difficoltà sempre maggiori intaccarono da subito il morale dei combattenti come si può leggere nei resoconti delle Brigate Catanzaro e Sassari o negli scritti di Giani Stuparich.
Settimane passate in trincee, mai lontani dal nemico, il ripetersi di sforzi che apparivano inutili, feriti e morti dappertutto, le malattie, il rancio inadeguato, la mancanza di acqua potabile, le notti passate sulla nuda terra e le piogge frequenti rendevano la vita sul fronte durissima.
Non che le cose fossero migliori dall'altra parte: gli austro-ungarici subirono gravissime perdite (secondo la Relazione Ufficiale 47 mila uomini) poiché non impararono a sfruttare il terreno del Carso e le sue cavità per ripararsi dai massicci bombardamenti italiani. Nonostante stessero combattendo da un anno, i camminamenti e le postazioni costruiti con grande perizia in alcuni tratti, in altri si dimostrarono piuttosto grezzi.

La Terza Battaglia dell'Isonzo
18 ottobre 1915
Le prime due Battaglie dell'Isonzo non avevano portato ai risultati sperati e avevano fatto emergere tutta l'impreparazione dell'esercito italiano ad una guerra di posizione e di non breve durata. Le ottimistiche previsioni di fine primavera dopo pochi mesi furono sostituite dalla preoccupazione e frustrazione per non aver raggiunto praticamente nessun obiettivo.
Cadorna perciò decise di cambiare la sua tattica e scelse di puntare verso Gorizia abbandonando momentaneamente la spinta verso Trieste. La città isontina, soprannominata la "Nizza dell'Adriatico" negli ultimi decenni del XIX secolo, sembrava un obiettivo alla portata dell'esercito italiano: se l'avanzata fosse proseguita a nord in direzione Tolmino e a sud sul Monte San Michele, Gorizia sarebbe stata circondata e le truppe ungheresi e dalmate che si trovavano in città non avrebbero potuto fare altro che arrendersi.
Il 18 ottobre 1915 iniziò così la Terza Battaglia dell'Isonzo con più di 1300 cannoni che iniziarono a bombardare le linee austro-ungariche su un fronte di 50 km, dalle Prealpi Giulie a Monfacone. I primi assalti sul Monte Mrzli e sul San Michele furono positivi ma dopo poche ore i durissimi contrattacchi costrinsero i soldati italiani a retrocedere alle posizioni di partenza. Il numero di caduti assunse i caratteri di una tragedia: in dieci giorni le perdite furono di 67 mila uomini ed alcune brigate furono praticamente annientate (la Brigata Catanzaro sul Monte San Michele perse quasi tremila soldati).
Stessa situazione sul Monte Calvario, sul Monte Sabotino e sulla Quota 121 di Monfalcone dove tutti i tentativi di conquistare le trincee austro-ungariche fallirono.
L'unico piccolo risultato, anche questo a costo di un grande sacrificio umano, fu la conquista delle trincee sul Monte Sei Busi. Il 23 ottobre, dopo tre giorni di battaglia, la Brigata Siena riuscì ad impossessarsi dell'importante linea fortificata del monte. Stremata, la formazione venne sostituita da un reggimento di bersaglieri e dalla Brigata Sassari le quali riuscirono a resistere al solito contrattacco nemico, sospeso il 4 novembre.

La Quarta Battaglia dell'Isonzo
11 novembre 1915
Dopo le spaventose perdite subite nella Terza Battaglia dell'Isonzo, la situazione all'interno dell'esercito continuò ad essere pesante. I soldati erano ormai stanchi e demoralizzati dai continui assalti falliti in mezzo a rischi elevatissimi e le condizioni in trincea, con l'inverno alle porte, si facevano ogni giorno più disperate.
Il rancio era scarso e freddo, le mani ed i piedi spesso erano immobilizzati e gonfi dal gelo, le uniformi sempre fradice e, quando si asciugavano all'aria, diventavano rigide come legno.
Ma il generale Luigi Cadorna, dal suo comando di Udine, era convinto che le truppe austro-ungariche di Svetozar Borojevic stessero per cedere. L'11 novembre 1915 venne perciò ordinata la ripresa degli assalti dando così inizio alla Quarta Battaglia dell'Isonzo.
I soldati italiani andarono all'assalto dei monti Mrzli, Sabotino, Calvario e San Michele ma i risultati furono nulli. L'unico piccolo avanzamento avvenne a nord di Gorizia, in località Oslavia-Quota 188, senza però raggiungere il vicino abitato di Piuma e quindi la riva destra dell'Isonzo.
A peggiorare la situazione ci pensò il Comando Supremo che, su consiglio del generale francese Joffre, decise di bombardare la città isontina. Il 18 novembre, per tre ore e mezza, le bocche di fuoco italiane colpirono la "Nizza austriaca" ancora abitata dai civili e provocarono danni gravissimi ad una delle città più belle della zona. Fatto ancor più grave se si considera come questa azione non portò a nessun vantaggio a livello tattico.
Nei primi giorni di dicembre gli attacchi scemarono e il 5 la Quarta battaglia venne ufficialmente sospesa. Il 1915 si chiuse così senza risultati ad esclusione dell'avanzata dei primi giorni di guerra. Il malumore, già ampiamente diffuso nelle trincee, iniziò a serpeggiare anche tra quell'opinione pubblica che con grande vigore, in maggio, aveva sostenuto l'entrata in guerra dell'Italia.

1916
La Quinta battaglia dell'Isonzo
11 marzo 1916
L'inverno aveva momentaneamente interrotto le grandi operazioni sul fronte dell'Isonzo. I vertici militari ne approfittarono per riorganizzare i propri eserciti e concordare nuovi piani di attacco con gli alleati.
Il Comando Supremo migliorò le posizioni della Seconda e Terza Armata: le batterie furono avvicinate maggiormente al fronte, sul Medio e Alto Isonzo le difese vennero rafforzate (come sull'altopiano del Kolovrat) e lungo il Tagliamento furono previste nuove linee di ripiegamento.
Inoltre, nonostante l'opposizione del Ministro della Guerra Zuppelli (sostituito in marzo dal generale Marrone), la leva venne estesa e vennero formati nuovi reggimenti di fanteria, di bersaglieri e di alpini destinati al fronte delle Dolomiti e del Tirolo.
A livello internazionale invece gli alleati chiesero all'Italia e alla Russia di intraprendere attacchi coordinati all'inizio della primavera in modo da alleggerire la pressione sul fronte occidentale. I progetti di Cadorna, che avrebbe voluto aspettare il disgelo sul Carso, vennero perciò accantonati.
L'attacco tedesco a Verdun il 21 febbraio stravolse però la tattica alleata. La Francia, in grave difficoltà, chiese di anticipare quanto chiesto durante le conferenze interalleate. Cadorna fu così costretto a lanciare l'11 marzo 1916 la Quinta Battaglia dell'Isonzo. Organizzata frettolosamente, gli obiettivi principali non cambiarono rispetto al 1915 così come i risultati: il Monte Calvario si rivelò ancora una volta inattaccabile mentre piccoli passi in avanti vennero fatti sul Monte Sabotino e sulla linea tra il Monte Sei Busi e Monfalcone.
San Martino del Carso, un piccolo paese sulle pendici occidentali del Monte San Michele, venne conquistato per poche ore prima di ricadere in mano austro-ungarica grazie ad un contrattacco con i gas lacrimogeni. Più a nord, sulle cime attorno alla città di Tolmino, le condizioni climatiche erano ancora molto difficili tanto da imporre quasi subito l'interruzione delle azioni, terminate su tutto il fronte il 15 marzo senza nessuna conquista e la perdita di 13 mila uomini.
La Guerra Bianca, dalle Alpi Carniche all'Adamello
26 marzo 1916
Mentre sul fronte dell'Isonzo si era conclusa la Quinta Battaglia, nelle alte montagne del fronte italiano si preparavano alcune azioni che sono passate alla storia non tanto per le conquiste, quanto per il modo in cui furono condotte.
I campi di battaglia non erano né l'altopiano carsico né i rilievi delle Prealpi Giulie, ma bensì le cime delle Alpi Carniche, delle Dolomiti venete e quelle del massiccio dell'Adamello, tra Lombardia e Trentino. Iniziò quella fase che gli storici hanno definito come "Guerra Bianca", evocando la presenza perenne dei ghiacciai e della neve.
La notte del 26 marzo 1916, sulle Alpi Carniche, un battaglione austro-ungarico attaccò le postazioni italiane sulle cime del Pal Piccolo e del Pal Grande. L'obiettivo era di sorprendere i soldati italiani (circondati da metri di neve), di circondare il Freikofel e scendere quindi a Timau, nelle retrovie italiane. Il battaglione alpino "Tagliamento", colto di sorpresa sul "Trincerone", fu costretto ad indietreggiare e ad abbandonare le proprie posizioni. Nonostante la tormenta di neve e il buio, questa azione si estese rapidamente anche sulle cime vicine, ponendo in grave pericolo la stabilità del fronte italiano in quel punto.
La mattina seguente giunsero i rinforzi italiani e per tre giorni la battaglia attorno al Passo di Monte Croce Carnico continuò senza tregua. Il 29 marzo i soldati austro-ungarici si resero conto che non avrebbero potuto né avanzare né mantenere le nuove posizioni conquistate. Così, tornarono indietro e gli italiani poterono rioccupare il Trincerone sul Pal Piccolo perdendo però quasi mille soldati.
Pochi giorni dopo si svolsero delle importanti azioni sulle Dolomiti orientali, sull'asse Monte Croce Comelico-Sesto-San Candido (tra il Cadore e la Val Pusteria). Il piano, messo a punto alla fine del 1915, prevedeva l'occupazione del Passo Sentinella e della Croda Rossa, nei pressi di Sesto. L'azione avrebbe dovuto compiersi in inverno per aumentare l'effetto sorpresa ma la resistenza austro-ungarica fu tenace. La battaglia si concluse solo a metà aprile con l'occupazione del passo e della Cima Undici. La Croda Rossa rimase invece in mano alle truppe asburgiche.
Parallelamente, 220 sciatori alpini partirono dal Rifugio Garibaldi (base italiana, a 2550 metri s.l.m.) trasportando tre mitragliatrici nei pressi del Rifugio Mandrone, sede della postazione austriaca. Nel giro di un mese gli italiani riuscirono a conquistare le principali vette del massiccio dell'Adamello (tra cui il Monte Fumo, 3418 metri) e giunsero fino alla testa della Val Genova.

La preparazione della Strafexpedition
15 aprile 1916
Durante i mesi invernali del 1916 il Capo del Comando Supremo austro-ungarico, Franz Conrad von Hötzendorf, si era convinto che l'esercito italiano non possedesse abbastanza forza per poter sfondare sul fronte dell'Isonzo. Egli perciò iniziò a pensare ad un'offensiva sul fronte trentino-veneto che avrebbe potuto portare a dei risultati straordinari: in caso di successo, l'esercito di Cadorna non avrebbe potuto far altro che retrocedere verso la linea Padova-Venezia spostando così il fronte di molti chilometri verso ovest.
Forte di questo progetto, il generale austro-ungarico cercò la collaborazione delle forze tedesche ma il colloquio con il suo omologo, Erich von Falkenhayn, non ebbe un buon esito. La Germania (che formalmente non era in guerra contro il Regno d'Italia) si stava preparando per la grande offensiva a Verdun (febbraio 1916) contro la Francia. Dal punto di vista tedesco poi il piano aveva diversi problemi a partire dal numero di divisioni previste (troppo poche) all'obiettivo, considerato inadeguato. Sostenere questa azione avrebbe avuto senso solo sconfiggendo totalmente l'Italia. Un semplice arretramento del fronte non era considerato così importante.
Il rifiuto non scoraggiò Conrad il quale decise di proseguire per la sua strada, confortato dai recenti successi sul fronte orientale e, forse, fissato dalla sua nota antipatia verso l'Italia. Informò l'Arciduca Eugenio e il generale Borojevic di questo suo piano e nel mese di marzo giunsero così tra la Val d'Adige e la Valsugana 160 mila uomini con circa mille pezzi di artiglieria.
L'attacco, previsto inizialmente il 10 aprile, dovette però essere rimandato a causa delle condizioni del tempo. Le fitte nevicate del mese di marzo avevano reso molte strade impraticabili e diverse cime alpine che i Kaiserjäger avrebbero dovuto conquistare erano irraggiungibili. Il giorno fissato per questa grandiosa battaglia venne così rinviato verso la metà di maggio sperando di cogliere ancora impreparato l'esercito italiano.
Dal canto suo, Cadorna non si rese conto di quello che stava per succedere. Fermamente convinto che l'Austria-Ungheria avrebbe condotto una guerra difensiva, non dette retta alle informazioni del generale della Prima Armata Roberto Brusati (considerato troppo nervoso ed allarmistico) e alle informazioni offerte da spie e disertori austro-ungarici. Le continue preghiere di rinforzi da parte di Brusati divennero talmente insopportabili che Cadorna richiese a Vittorio Emanuele III, con una lettera spedita l'8 maggio, di rimuoverlo dal suo ruolo.
Il Re accontentò Cadorna richiamando Guglielmo Pecori Giraldi, un vecchio generale mandato in pensione dopo una sconfitta durante l'occupazione libica (1911). Pochi giorni dopo, il 15 maggio 1916, i primi colpi di cannoni dettero ragione a Brusati: l'Impero asburgico dette inizio alla sua grande offensiva che un giornalista austriaco battezzò Strafexpedition, ovvero "spedizione punitiva" contro i traditori italiani.

La mina sul Col di Lana
17 aprile 1916
Mentre il generale Conrad preparava la grande azione sull'Altopiano di Asiago, la guerra continuava anche attorno al passo Falzarego, conquistato dagli italiani nel giugno del 1915. Ai fini tattici, era fondamentale impossessarsi delle vette circostanti in modo da liberare il passaggio verso l'Alto Adige e Trento, città simbolo dell'irredentismo italiano. Ma le postazioni austro-ungariche erano ben salde e non permettevano alla Quarta Armata di avanzare.
Bloccato il passaggio sulla Valparola, nell'autunno del 1915 gli italiani cercarono di attraversare la selvaggia Val Travenanzes in direzione nord conquistando le cime del massiccio delle Tofane. Ad ovest invece, sulla strada che conduceva a Bolzano e a Trento, gli italiani puntarono le vette gemelle del Col di Lana (2450 metri), a due chilometri in linea d'aria dal Sass di Stria.
Nonostante le difficoltà del terreno (il Col di Lana possiede pareti molto ripide) 12 battaglioni di fanteria e 14 di alpini continuarono per tutto l'autunno questo attacco che si concluse l'8 novembre 1915 con la conquista della vetta con grande sorpresa degli stessi austriaci, i quali non si aspettavano un'azione tanto insistente. Ma la controffensiva che partì dallo Sief, una cima poco distante ad ovest, permise agli asburgici di riprendere in mano la montagna dolomitica.
Gli attacchi non si fermarono nemmeno in dicembre (12-19), sotto la neve e nelle gelide giornate di inverno, ma l'esercito italiano non possedeva le armi adatte per scalfire la difesa austro-ungarica. Nel gennaio del 1916 venne presa una decisione che sembrò definitiva: piazzare sotto la cima una mina in modo da eliminare per sempre la presenza asburgica e liberare il passaggio verso ovest. Venne quindi scavato per oltre tre mesi un lungo tunnel sotterraneo ed armato con circa 5 tonnellate di gelignite fatte esplodere alle 23.30 del 17 aprile.
Metà del contingente austriaco rimase ucciso dal crollo di circa 10 mila tonnellate di roccia mentre i restanti 140 soldati furono fatti prigionieri quando gli italiani giunsero sulla sommità. La strada però non era ancora libera: per poter controllare i passaggi verso nord ed ovest bisognava liberare definitivamente anche la cima dello Sief. Gli attacchi proseguirono fino all'ottobre del 1917 (anche con l'installazione di un'altra mina) ma le difese austro-ungariche furono invalicabili.
Il corridoio verso il Trentino rimase così bloccato.

La Strafexpedition
15 maggio 1916
Nonostante i ritardi dovuti alla neve caduta fino a primavera inoltrata e alle informazioni in possesso dai comandi militari italiani, le prime ore della Strafexpedition ebbero un notevole successo per gli austro-ungarici. Su un fronte di 20 chilometri ad ovest dell'Altopiano di Asiago l'avanzata fu inarrestabile. Il Monte Zugna a sud di Rovereto, il Col Santo, il Monte Maggio e il Monte Toraro a sud di Folgaria caddero in pochi giorni sotto il loro controllo. Le batterie italiane vennero ritirate quasi subito per riorganizzare una nuova linea più arretrata ma così facendo la fanteria in prima linea si ritrovò completamente isolata.
Cinque giorni dopo l'azione di Conrad si spostò ad est: tra il 20 ed il 25 maggio il Regno d'Italia subì le perdite di Cima Mandriolo e di Cima Portule, lasciando così la via libera verso l'Altopiano di Asiago. Pochi giorni dopo l'eccezionale spinta austriaca raggiunse i paesi di Arsiero e Asiago, non lontani dalla pianura veneta, che caddero rispettivamente il 27 ed il 28 maggio.
Esauste ed affamate, le truppe asburgiche non risparmiarono saccheggi, incendi e distruzione in questi due piccoli paesi.
Nel frattempo Cadorna si era reso conto che la situazione su questo fronte poteva effettivamente precipitare. In tutta fretta venne costituita la Quinta Armata formata da tutti i reparti disponibili sul fronte dell'Isonzo e dalle due unità che il Ministro degli Esteri, Sidney Sonnino, aveva inviato all'inizio della guerra in Albania. In questo modo, in giugno, furono schierati a sud del Trentino circa 300 mila uomini guidati dal generale Gaetano Giardino.
Il 1 giugno, nonostante la resistenza dei granatieri di Sardegna, l'azione di Conrad raggiunse l'estremità meridionale dell'altopiano, sulla Val Canaglia e sul Monte Paù. Ancora pochi chilometri e gli austro-ungarici si sarebbero trovati a Schio e Thiene. Ma fortunatamente per gli italiani, l'esercito asburgico interruppe in quel momento cruciale l'avanzata per mancanza di uomini, munizioni e forze.
La contemporanea azione sul fronte orientale della Russia decretò la fine pratica della Strafexpedition, terminata ufficialmente il 16 giugno 1916.

La reazione italiana e la morte di Battisti
16 giugno 1916
Ad inizio giugno Cadorna si rese conto che l'avanzata austro-ungarica non sarebbe proseguita per mancanza di uomini. In questo modo poté finalmente pensare ad una controffensiva per riconquistare il terreno perduto e allontanare il nuovo fronte dalla pianura. La situazione che si era creata infatti era molto pericolosa: un nuovo attacco avrebbe nuovamente messo in serio pericolo il nord-est dell'Italia.
La Prima Armata venne incaricata nell'iniziare un' azione "a tenaglia", ovvero un'avanzata su due lati dello schieramento in modo da costringere il nemico a ritirarsi. I due punti fondamentali che si dovevano raggiungere erano il Colsanto ad ovest e la Cima Portule ad est. Era inoltre necessario procedere con velocità in modo da poter sorprendere gli avversari ed evitare che anche su questo fronte iniziasse una guerra di logoramento.
L'Arciduca Eugenio, a capo del settore austriaco, sapeva che ci sarebbe stata una controffensiva italiana e il 16 giugno ordinò ai suoi uomini di schierarsi lungo la nuova linea di difesa. Questa partiva dal villaggio di Matassone fino al massiccio dell'Ortigara passando per il Forte Pozzachio, il Monte Pasubio, il Monte Maggio, il Monte Majo e tutta l'area settentrionale dell'Altopiano di Asiago. Veniva così abbandonata la parte meridionale e centrale.
Nei primi giorni l'avanzata italiana raggiunse alcuni obiettivi ma proseguì con estrema lentezza. La velocità della ritirata e dell'installazione delle nuove fortificazioni austro-ungariche fece fallire il progetto di accerchiamento e costrinse i soldati italiani a grandi perdite per la riconquista di alcune valli e montagne.
La furiosa battaglia della Vallarsa ad esempio distrusse il battaglione alpino Vicenza nella zona del Monte Corno, a sud di Rovereto. Molti soldati furono catturati tra cui gli irredentisti trentini Cesare Battisti e Fabio Filzi che, una volta riconosciuti, vennero subito processati e impiccati per alto tradimento il 12 luglio 1916 nel piazzale del Castello del Buon Consiglio a Trento. Molte altre perdite si registrarono nei tentativi falliti di riconquistare l'importante cima del Monte Pasubio, non lontano dall'Adige.
Nei pressi di Arsiero, il piccolo paese distrutto a fine maggio, gli italiani cercarono di riprendere il Monte Cimone, a sud dell'altopiano della Tonezza. Occupata la cima del Monte Cavioio, il 23 luglio il Battaglione alpini Val Leogra riuscì finalmente a risalire le ripide pareti sud del Cimone senza però poter avanzare ulteriormente verso settentrione. Due mesi dopo, gli austro-ungarici scavarono un tunnel di 28 metri di lunghezza sotto la cima e la riempirono con 14 tonnellate di esplosivo. La deflagrazione distrusse completamente la cima ed uccise circa duecento soldati del battaglione fanteria Sele.
L'azione sull'Altopiano di Asiago proseguì per oltre un mese. L'11 luglio fu lanciato un attacco ad est della Cima Portule ed a sud della Valsugana, sulla linea dei monti Forno, Chiesa, Campigoletti ed Ortigara, a circa duemila metri di altitudine. L'avanzata ebbe un parziale e momentaneo successo ma la difesa austro-ungarica, alla fine, si dimostrò impenetrabile. Anche in questo settore perciò il fronte si tramutò in una linea immobile e di logoramento.

L'attacco col fosgene sul Monte San Michele
29 giugno 1916
Mentre la Strafexpedition stava sconvolgendo le montagne dell'Altopiano di Asiago, la situazione sul fronte isontino era apparentemente più calma. Durante i mesi primaverili erano stati compiuti dei piccoli progressi attorno a Gorizia, sul Monte Sabotino e sul Monte San Michele. Su quest'ultimo, dopo la Quinta battaglia dell'Isonzo, i soldati del IX Corpo d'Armata erano riusciti ad avanzare fino a poche decine di metri dalla prima linea austro-ungarica, costruendo nuove trincee e postazioni sicure per i lanciabombe.
Ma proprio in questa zona del Carso isontino gli uomini guidati da Borojevic sperimentarono un attacco con una delle tante novità tecnologiche della Grande Guerra: le bombe chimiche.
Furono preparate tremila bombole con fosgene, un gas composto da cloro e fosforo che, una volta aperte, avrebbero rilasciato il loro contenuto sulle trincee italiane. All'alba del 29 giugno un leggero vento rese favorevole questa operazione e dalle postazioni asburgiche si levò una grossa nube bianca.
Ciò che avvenne dopo è riportato nelle tragiche testimonianze di soldati e ufficiali sconvolti per la vista delle trincee italiane. Il caporale Valentino Righetti (Brigata Brescia) raccontò di aver raggiunto la trincea la notte pensandola completamente deserta dato il totale silenzio che circondava la zona.
Con sua grande sorpresa i soldati si trovavano tutti al loro posto, ma stranamente addormentati. All'alba il caporale fece la macabra scoperta: centinaia di uomini erano morti nel giro di pochi minuti il giorno precedente.
Molti di loro cercarono di salvarsi utilizzando la maschera antigas in dotazione ma la sua semplice composizione non poté contrastare gli effetti del fosgene. A quel tempo infatti solo l'esercito tedesco possedeva maschere perfettamente funzionanti, come era stato dimostrato durante l'attacco chimico contro i francesi avvenuto l'anno precedente a Ypres. Gli stessi soldati ungheresi subirono le conseguenze di questo attacco chimico: il vento ad un certo punto cambiò direzione e sospinse una parte della nube sulle loro trincee, provocando l'intossicazione e la morte per molti di loro.
Così, all'alba del 29 giugno, le brigate che si trovavano sul Monte San Michele persero circa duemila soldati mentre altri cinquemila rimasero intossicati. Gli austro-ungarici invece contarono circa 250 morti e quasi 1500 intossicazioni. Queste cifre appaiono ancora più raccapriccianti se si considera come i vantaggi ottenuti furono nulli.

La mina sul Castelletto
11 luglio 1916
Nel frattempo, decine di chilometri più a nord del Monte San Michele, si stava preparando una nuova devastante azione sulle Dolomiti bellunesi. La valle di Falzarego dopo un anno dall'inizio del conflitto continuava ad essere bloccata e l'esercito si era diviso seguendo due direzioni diverse: una parte si concentrò sul Col di Lana (dove venne fatta esplodere una mina nell'aprile del 1916) mentre una seconda penetrò a nord in Val Travenanzes, una vallata selvaggia, completamente disabitata e priva di infrastrutture e circondata dal poderoso Massiccio delle Tofane.
Conquistata la cima della Tofana di Rozes senza alcuno scontro, gli italiani dovevano liberare dalle postazioni austro-ungariche una seconda montagna, il Castelletto. Ma l'impresa apparve subito molto difficile: l'esercito asburgico aveva scavato gallerie e caverne che l'artiglieria italiana, dalle sue posizioni, non poteva colpire.
Due genieri italiani perciò, alla fine del 1915, iniziarono a concepire l'idea di far esplodere la cima del Castelletto grazie ad una galleria interna che dalla Tofana di Rozes avrebbe raggiunto la postazione austriaca, distante 500 metri. Secondo i loro calcoli, sarebbero stati necessari circa 35 tonnellate di gelignite, un potente esplosivo a base di nitroglicerina e nitrato di potassio.
I lavori iniziarono in inverno e nel giugno del 1916 i soldati italiani giunsero a pochi metri dalla cima, appena sotto le postazioni austro-ungariche.
Hans Schneeberger, l'ufficiale dei Käiserjager del Castelletto, era consapevole di quanto stesse accadendo sotto di lui ma orgogliosamente non abbandonò la sua posizione. Le contemporanee controffensive sull'Altopiano di Asiago e sul fronte russo non gli permisero di chiedere rinforzi ed attese con freddezza il proprio destino.
Ad inizio luglio il rumore delle trivelle cessò e un pesante bombardamento italiano anticipò l'inizio dell'operazione. Alle 3.30 dell'11 luglio la mina di 35 tonnellate venne azionata e una gigantesca nuvola di fumo, polvere e detriti si levò nel cielo del fronte italiano. L'esplosivo fece il suo dovere ma l'azione italiana fu fallimentare: Schneeberger e altri 10 soldati sopravvissero e riuscirono a respingere l'attacco italiano, auto-decimatosi per essere penetrato nel cratere pieno di monossido di carbonio creato dalla mina. Gli austriaci si ritirarono 500 metri a valle e crearono una nuova linea difensiva. Il passaggio perciò rimase bloccato e il nuovo piano italiano, piuttosto irrealistico, di un tunnel di 2 chilometri sotto il passo Falzarego per aggirare le difese austro-ungariche fu interrotto dalla ritirata di Caporetto.

La Sesta Battaglia dell'Isonzo
06 agosto 1916
Terminato il pericolo della Strafexpedition e salvato il posto come Capo di Stato Maggiore, Luigi Cadorna ricominciò a rivolgere il suo sguardo verso il fronte dell'Isonzo e, più precisamente, sulla città di Gorizia. Iniziò a progettare un piano con il Duca d'Aosta Emanuele Filiberto che prevedeva un fitto bombardamento su uno spazio molto ristretto, tra il Monte Calvario e il Monte San Michele. Al bombardamento avrebbe fatto seguito un'azione per assicurarsi alcune postazioni sicure sulla riva sinistra dell'Isonzo.
A differenza delle altre battaglie nella zona della Seconda Armata, questa partiva con un notevole vantaggio: nella primavera di quell'anno la 4^ divisione, ai comandi del generale Luca Montuori e del colonnello Pietro Badoglio, era riuscita ad avanzare verso la cima del Monte Sabotino, a nord-est di Gorizia. I genieri lavorarono rapidamente e in poche settimane furono costruite diverse gallerie a ridosso delle postazioni austro-ungariche.
Nel frattempo, le divisioni della Quinta Armata che erano state trasferite in Trentino nel maggio del 1916 fecero ritorno sul Carso. All'inizio di agosto si potevano quindi contare circa 200 mila soldati che all'alba del 6 agosto 1916 dettero il via alla Sesta Battaglia dell'Isonzo.
Il fitto bombardamento si rivelò da subito efficace tanto che Borojevic richiese, inutilmente, dei rinforzi. Cadorna, alle 16 dello stesso giorno, ordinò alle tre colonne della 45^ divisione di attaccare sul Monte Sabotino. In appena 38 minuti, supportati dall'artiglieria pesante, i soldati guidati da Badoglio e dai generali Gagliani e Del Bono raggiunsero la vetta esaltando lo stesso Vittorio Emanuele III che seguiva l'azione da una collina delle retrovie. Gran parte dei soldati dalmati che difendevano il monte si arresero mentre altri si rifugiarono nelle gallerie, successivamente incendiate dai soldati italiani.
Quasi contemporaneamente (alle 15.30) era iniziato anche l'attacco al Monte San Michele. Le brigate Catanzaro, Brescia e Ferrara riuscirono in poco tempo a raggiungere la vetta mentre i soldati austro-ungarici si ritirarono in attesa del contrattacco notturno. Questo però fallì in mancanza di riserve, tutte impegnate sul Monte Sabotino. Il 7 agosto perciò, dopo oltre 14 mesi di guerra e un totale di 110 mila perdite (tra cui 20 mila morti), il Monte San Michele passò sotto il controllo dell'esercito italiano.

La conquista di Gorizia
08 agosto 1916
Con la conquista del Monte Sabotino a nord-est e del Monte San Michele a sud-ovest, la forte linea difensiva austro-ungarica nei pressi di Gorizia crollò rapidamente.
Il Monte Calvario, considerato per oltre un anno come una roccaforte inespugnabile da parte dei soldati italiani, cadde la notte tra il 7 e l'8 agosto.
I contrattacchi, anche dopo che arrivarono i primi rinforzi l'11 agosto, non cambiarono le sorti di questa battaglia.
Sulla riva destra dell'Isonzo, si trovava solo un reggimento croato agli ordini del generale Zeidler che ordinò la ritirata ad est della città la mattina dell'8 agosto. Gorizia così rimase priva di difese (ad eccezione di pochi uomini che presidiavano con una mitragliatrice l'unico ponte rimasto ancora sull'Isonzo) e i primi plotoni della Brigata Pavia cominciarono a raggiungere la riva sinistra del fiume.
In quello stesso giorno un giovane sottoufficiale, Aurelio Baruzzi, ebbe il permesso di attraversare a nuoto le acque dell'Isonzo portando con sé una bandiera italiana. Raggiunta l'altra sponda, Baruzzi dopo pochi minuti issò la bandiera nei pressi della stazione ferroviaria decretando la conquista di Gorizia da parte dell'esercito italiano. Si trattava della prima tangibile vittoria ottenuta dopo quasi 15 mesi di guerra.
Mai come allora l'esercito austro-ungarico sembrava in difficoltà: il Comando Supremo, entusiasta per la vittoria, ordinò di continuare l'attacco per raggiungere anche la seconda linea difensiva alle spalle della città. Ma Borojevic, sapendo che non sarebbe riuscito a mantenere la città isontina, aveva già ordinato la ritirata più ad est, su una vallata in direzione nord-sud chiamata Vallone. Furono così abbandonate posizioni importanti del Carso occidentale come il Monte Sei Busi, la zona di Doberdò del Lago ed il Monte Cosich, a nord di Monfalcone.
Il 17 agosto le operazioni vennero definitivamente sospese in mezzo a grandi celebrazioni. L'entusiasmo coinvolse la popolazione italiana ed i soldati che finalmente, dopo oltre un anno di guerra, potevano gioire per la prima volta. Ma a livello militare la realtà era ben diversa: l'avanzata fu pari a circa cinque chilometri su un fronte di 25 e costò la perdita, in 10 giorni di combattimento, di circa 100 mila uomini.

La guerra di Cadorna e alla Germania
28 agosto 1916
Nonostante la vittoria nella Sesta Battaglia dell'Isonzo Luigi Cadorna ed il suo operato continuarono ad essere oggetto di forti critiche. Colleghi e politici gli rimproveravano tattiche inadeguate, obsolete e spesso irrealistiche che non ottenevano risultati soddisfacenti a fronte dei moltissimi soldati che cadevano sul campo di battaglia.
Uno dei suoi maggiori denigratori fu ad esempio il colonnello Giulio Douhet, ufficiale del Corpo d'Armata Carnia. Durante la guerra egli riuscì a tenere un diario e ad intrattenere diversi scambi epistolari. In una lettera inviata al nuovo ministro per i Rapporti con l'Esercito, Leonida Bissolati, egli esprimeva tutte le sue "perplessità rispetto all'assurdo concetto dell'assalto frontale che aveva spazzato via i migliori soldati del paese; insistere sul mantenere ogni fazzoletto di terra conquistata, senza badare alle perdite, era ingiustificabile; i soldati venivano trattati come se fossero "materia prima".
A fine agosto un rapporto di Douhet destinato a Bissolati ed al ministro degli Esteri Sonnino venne intercettato dal Comando Supremo. Denunciato per diffusione di notizie riservate e false, venne immediatamente condannato ad un anno di carcere militare.
Un secondo episodio coinvolse anche il generale della Seconda Armata Luigi Capello, uno dei militari più noti all'opinione pubblica. Cadorna si convinse che il suo collega tramasse con alcuni ministri per la sua sostituzione. Fu così che, probabilmente più per gelosia che per motivi fondati, il Capo di Stato Maggiore decise di trasferire Capello sull'Altopiano di Asiago, togliendo la sua ingombrante figura dal fronte principale.
Nel frattempo, a livello internazionale, l'Italia decise di inviare una divisione (per un totale di 44 mila uomini) in Grecia per sostenere, su richiesta degli alleati, la guerra nei Balcani. La 35^ divisione agli ordini del generale Carlo Petitti di Roreto combatté contro l'esercito bulgaro, alleato degli Imperi Centrali.
A questo intervento fuori dai confini si aggiunse anche l'ufficializzazione della guerra contro la Germania (28 agosto). Fino a questo momento infatti l'Italia aveva consegnato la sua dichiarazione all'imperatore Francesco Giuseppe ma non al Kaiser Guglielmo II. Ciononostante si trattava solo di una formalità: i tedeschi sostenevano da tempo l'impero asburgico con l'invio nelle retrovie dolomitiche di armi e di alcuni battaglioni alpini.

La Settima Battaglia dell'Isonzo
14 settembre 1916
A metà settembre il Comando Supremo italiano ordinò di iniziare una nuova offensiva sul Carso, dando così il via alla Settima Battaglia dell'Isonzo.
Cadorna, convinto che la perdita di Gorizia avesse indebolito gli uomini di Borojevic, cercò di approfittare anche dell'entrata in guerra della Romania (27 agosto 1916) che, in teoria, avrebbe costretto l'Impero austro-ungarico a trasferire nuove divisioni sul fronte balcanico.
Invece le truppe asburgiche non erano affatto impreparate: i rinforzi, specialmente quelli materiali, erano arrivati in poco tempo e nessun uomo venne spostato verso il nuovo fronte rumeno. Inoltre ventimila prigionieri russi furono spostati dai campi di prigionia sul Carso per scavare nuove trincee e costruire appostamenti e postazioni di artiglieria. Nella zona del Vallone sorsero così quattro nuove linee difensive.
L'attacco iniziò la mattina del 14 settembre con un fitto bombardamento che distrusse la prima linea austro-ungarica. Fu quindi il momento della fanteria: la Terza Armata guidata dal Duca d'Aosta attaccò con 100 mila uomini su un fronte di appena 8 chilometri ma tutti gli assalti furono costantemente respinti dalle mitragliatrici, dai lanciafiamme e dai gas lacrimogeni utilizzati dal VII Corpo dell'Arciduca Giuseppe d'Asburgo.
In 3 giorni di battaglia non venne ottenuto alcun successo ed entrambi gli schieramenti subirono delle perdite gravissime. Ancora una volta nulla sembrava scalfire la tenace resistenza austro-ungarica.
In realtà, all'interno dell'esercito asburgico cominciarono ad emergere le prime crepe: i rinforzi giunti nelle ultime settimane erano spesso composti da uomini di mezza età privi di un'adeguata preparazione fisica e militare mentre la convivenza tra gruppi di diverse nazionalità ed etnie iniziava a creare parecchie tensioni. A fare da collante rimaneva un'incrollabile disprezzo per il nemico italiano.

L'Ottava Battaglia dell'Isonzo
30 settembre 1916
Pochi giorni dopo la fine della Settima Battaglia dell'Isonzo il Comando Supremo decise di proseguire l'offensiva di sfiancamento contro l'esercito austro-ungarico. Il 30 settembre gli usuali bombardamenti che precedevano l'azione ripresero ma furono interrotti dopo poco tempo per le cattive condizioni del tempo. Borojevic poté così continuare ancora per qualche giorno la riorganizzazione delle difese in attesa delle due divisioni promesse da Conrad.
Dopo le abbondanti piogge, il 9 ottobre riprese il bombardamento alla prima linea austro-ungarica. L'attacco italiano prevedeva un'azione della Terza Armata nella zona di Nova Vas (villaggio tra Doberdò del Lago e Kostanjevica) e una penetrazione più a nord da parte della Seconda Armata.
Il 10 ottobre l'attacco vide dei piccoli progressi da parte di quest'ultima mentre gli uomini di Emanuele Filiberto vennero respinti con forza. Essi raggiunsero Iamiano (un piccolo villaggio a sud-est di Doberdò) ma non riuscirono a mantenerlo sotto il loro controllo. I fucilieri cechi appostati sulla Quota 144 (nei pressi del Lago di Pietrarossa) riuscirono a respingere tutti i tentativi italiani.
Ancora una volta il numero di uomini caduti, feriti o catturati in soli tre giorni di battaglia da entrambi gli eserciti fu impressionante. Sia l'Italia che l'Austria-Ungheria persero circa 25mila uomini mentre Iamiano fu completamente raso al suolo.
Vale la pena sottolineare però come questa battaglia abbia rappresentato, in teoria, uno dei momenti più drammatici per l'Impero asburgico. Senza che Cadorna e gli alti comandi se ne rendessero conto, la resistenza a Iamiano salvò il destino di quel fronte. I comandi austro-ungarici infatti, dopo l'arretramento di agosto, stavano ancora ripensando a come organizzare le nuove linee difensive. In quei giorni un alto ufficiale mandato da Vienna in visita alla Valle del Vipacco propose di organizzare una nuova linea fortificata più indietro rispetto a prima (di circa tre chilometri), sfruttando così i labirintici percorsi di roccia e le numerose cavità naturali nei pressi del Monte Ermada.
Quando i combattimenti raggiunsero Iamiano, le nuove difese sull'Ermada erano ancora inadeguate e l'esercito di Casa Savoia, se avesse continuato su questa strada, sarebbe riuscito molto probabilmente a sfondare e a proseguire verso Trieste.

Le azioni sul Massiccio del Pasubio
08 ottobre 1916
Mentre si stava concludendo la Sesta Battaglia dell'Isonzo, sul fronte dell'Altopiano di Asiago si stava preparando una nuova operazione per rimediare alle posizioni perdute durante la Strafexpedition e non riconquistate nella controffensiva di giugno. Gli obiettivi individuati dal generale della Prima Armata Guglielmo Pecori Giraldi erano lo sfondamento del Massiccio del Pasubio, ad ovest dell'Altopiano, e il raggiungimento della linea Monte Roite-Buse di Bisorte-Sogli Bianchi in Vallagarina.
L'inizio delle operazioni venne previsto per metà settembre: l'attacco principale doveva essere condotto verso il Pasubio mentre due secondari avrebbero coinvolto la Vallarsa e le cime settentrionali della Val Posina, a sud della Tonezza del Cimone. Il tempo però era pessimo e le manovre vennero subito sospese.
Le giornate seguenti servirono per ripensare alla strategia e concentrare l'attacco verso un solo obiettivo, considerato la chiave di volta di tutta la difesa austro-ungarica sul Pasubio. Questo punto venne individuato sul Dente Austriaco, una cima di 2206 metri d'altezza sulla prima linea, a poche decine di metri dalla prima linea italiana costituita dal Dente Italiano. Nelle postazioni vennero così concentrati 20 pezzi di grosso calibro, 87 di medio e 108 di piccolo.
L'8 ottobre il tempo migliorò e la battaglia ebbe inizio: le bocche di fuoco lanciarono una quantità di munizioni impressionante sul Dente Austriaco che, ben difeso, rispose con altrettanta violenza. Le due montagne si trasformarono, secondo le testimonianze dei soldati, "in un vero e proprio vulcano in eruzione".
Nel pomeriggio del giorno seguente la fanteria italiana riuscì ad avanzare ad ovest conquistando l'Alpe di Cosmagnon, le torri del Sogi ed i Roccioni della Lora. A quel punto si crearono le condizioni favorevoli per un aggiramento del Dente Austriaco da occidente ma tutti i tentativi dei battaglioni Alpini Monte Berico e Aosta fallirono.
Il 20 ottobre una tremenda bufera di neve pose termine a questa operazione che fece perdere ad entrambi gli schieramenti circa 4 mila uomini. Allo stesso modo l'arrivo dell'inverno bloccò anche il generale Mambretti e il CTA (Corpo Truppe dell'Altopiano) che avrebbe dovuto tentare la riconquista della Cima Portule, all'estremità settentrionale dell'Altopiano.

La Nona Battaglia dell'Isonzo
01 novembre 1916
Nei giorni successivi all'Ottava Battaglia dell'Isonzo i prigionieri russi ed i veterani delle milizie austro-ungariche proseguirono nella costruzione della nuova linea difensiva sul Monte Ermada. Il rischio corso ad inizio ottobre aveva allarmato i vertici militari asburgici: l'eventuale conquista di Trieste da parte dell'esercito italiano avrebbe cambiato molte cose sul fronte isontino.
Alla fine del mese, approfittando di un miglioramento delle condizioni meteorologiche, gli italiani ripresero il bombardamento verso le linee nemiche che si intensificarono il 1 novembre nella zona di Doberdò e Opacchiasella (oggi Opatje Selo). La Terza Armata, con una concentrazione di 200 mila uomini in pochi chilometri, attaccò poco prima di mezzogiorno riuscendo a far arretrare gli austro-ungarici di alcuni chilometri.
Il Dosso Faiti, una collina di 430 metri e una delle principali alture della zona, fu perso dagli uomini di Borojevic il 3 novembre grazie all'azione della Brigata Toscana. Il generale austro-ungarico era consapevole che se l'attacco fosse continuato lo sfondamento italiano sarebbe stato inevitabile. L'ultimo battaglione di riserva venne inviato sulla Quota 464, vicino al Faiti, per cercare di respingere l'avanzata dei soldati italiani (sei volte più numerosi). Con una tenace resistenza, la quota non fu presa e ancora una volta il fronte non cadde.
Il 4 novembre Cadorna decise di sospendere immediatamente le operazioni. I 39mila uomini fuori combattimento erano troppi per quei pochi giorni di battaglia. Una scelta dettata anche a causa della stanchezza e dal morale dei soldati che, in quei giorni, era piuttosto basso. Dalla fine di agosto erano stati uccisi, feriti o catturati almeno 130mila uomini.
Da più parti ormai si levavano proteste e aspre critiche sul modo di combattere e sul trattamento riservato ai soldati. Carlo Salsa, futuro giornalista, in quei giorni era un tenente di fanteria impegnato sul Carso. Scrisse: "La cosa più demoralizzante, quello che ti abbatte, non è morire. La cosa peggiore è morire in modo così inutile, per niente. Questo non è morire per la patria: è morire per la stupidità di specifici ordini e per la codardia di specifici ufficiali al comando".
Dal canto suo, Cadorna rispose intensificando la censura e infliggendo pene sempre più severe a coloro che esprimevano giudizi negativi o pessimistici sull'andamento della guerra.

La crisi dell'Impero austro-ungarico
28 novembre 1916
Il 21 novembre 1916 moriva all'età di 86 anni l'imperatore dell'Austria-Ungheria Francesco Giuseppe. Salito al trono nel lontano 1848, fu il protagonista di un lungo periodo dell'età contemporanea e la sua morte rappresentò un vero e proprio punto di svolta per la storia dell'Impero. A succedergli fu il giovane pro-nipote Carlo I, nato nel 1887, diventato erede al trono per la scomparsa di diversi membri della casa reale austriaca tra cui suo zio, Francesco Ferdinando, l'arciduca ucciso a Sarajevo il 28 giugno 1914.
La figura di Francesco Giuseppe era stata davvero significativa sia in Austria che in Italia: dalle Guerre di Indipendenza alla Grande Guerra i soldati italiani avevano sempre combattuto contro di lui. Se l'Austria-Ungheria veniva vista come un'immensa entità statale multi-nazionale apparentemente intramontabile, lo si doveva soprattutto al suo eccezionale carisma.
La morte del vecchio imperatore invece svelò al mondo una realtà ben diversa.
Emerse uno Stato in preda ad una crisi senza precedenti sia a livello militare che civile. Le proteste della popolazione per la mancanza di beni di prima necessità erano ormai quotidiane mentre le riserve di uomini da inviare al fronte erano sempre più esigue.
Carlo I era consapevole che davanti a sé lo attendeva lo spettro della catastrofe: in caso di vittoria sarebbe molto probabilmente diventato un vassallo della Germania mentre in caso di sconfitta lo sgretolamento sarebbe stato un processo inarrestabile. Di formazione liberale, il giovane imperatore iniziò perciò a pensare ad un'eventuale uscita di scena avviando nell'inverno del 1917 un dialogo con Francia e Inghilterra per un'eventuale pace separata.

1917
La crisi russa e gli USA in guerra
02 marzo 1917
L'inverno del 1917 fu uno dei più freddi dell'intero secolo e le abbondanti nevicate costrinsero i vari eserciti ad un lungo periodo di pausa. Ma gli avvenimenti politici e sociali di quel periodo non possono non essere ricordati perché segnarono una svolta fondamentale per la Grande Guerra e per la storia di tutto il XX secolo.
Innanzitutto, la Russia uscì gradualmente di scena dalla Prima Guerra Mondiale. La situazione nel grande impero orientale, in continuo fermento, negli ultimi anni divenne insostenibile: la guerra aveva prodotto in due anni e mezzo una crisi economica senza precedenti e fatto perdere circa 6 milioni di uomini.
In febbraio così si scatenò la prima sollevazione popolare sostenuta dai partiti rivoluzionari socialisti, menscevichi, bolscevichi e dal comitato liberale della Duma (il Parlamento) e il 2 marzo lo Zar Nicola II venne deposto.
La rivolta, ideologicamente vicina a quella già avvenuta nel 1905, iniziò nella capitale di allora, San Pietroburgo, per poi dilagare anche in altre città come Mosca. I rivoluzionari ed il Parlamento russo trovarono un accordo che puntò verso la democratizzazione del paese con la costituzione di un nuovo governo presieduto dal principe L'vov. Ma otto mesi più tardi una nuova rivoluzione cambierà radicalmente le cose con la nascita dei Soviet e la definitiva uscita della Russia dalla guerra (marzo 1918).
Poco più di un mese dopo l'arresto dello zar Nicola II, Woodrow Wilson, il presidente democratico degli Stati Uniti d'America, dichiarò guerra alla Germania (7 aprile).
Questa decisione fu presa dopo che il paese tedesco aveva annunciato l'intenzione di aprire una guerra sottomarina illimitata nell'Oceano Atlantico. Fu un momento molto importante per il destino della Grande Guerra: negli anni della neutralità il paese americano era cresciuto moltissimo grazie alle esportazioni in favore dei paesi dell'Intesa e, forti di un'economia molto solida, furono in grado di mettere in campo forze fresche e nuove armi che risultarono fondamentali per la Triplice Intesa.

Gli incontri alleati a Roma e Udine
23 marzo 1917
Anche all'interno dell'Intesa alcuni equilibri stavano mutando nelle prime settimane del 1917. La novità più importante era stata, alla fine dell'anno precedente, la nomina a primo ministro inglese di David Lloyd George. Il politico britannico si mise immediatamente all'opera organizzando assieme al primo ministro francese Aristide Briand un incontro a Roma per discutere un nuovo piano di attacco. Lo scopo era muovere le posizioni dei fronti che, dopo due anni e mezzo, sembravano definitivamente bloccati.
L'idea di Lloyd George, non condivisa dai suoi comandi militari, era quella di dare all'Italia tutto l'aiuto possibile affinché sfondasse il fronte dell'Isonzo. La conquista di Trieste e l'invasione della penisola istriana avrebbe costretto l'Austria-Ungheria a richiamare le sue forze schierate al fianco dei tedeschi sul fronte occidentale rendendo così possibile un nuovo attacco franco-inglese nelle Fiandre.
Lo scetticismo dei militari inglesi e francesi fu condiviso dallo stesso Cadorna che non era entusiasta nel concentrare una grande offensiva sul Carso. Questo avrebbe provocato delle sicure rappresaglie da parte dei tedeschi che, fermi sul fronte occidentale, avrebbero potuto quindi concentrare un attacco di vasta scala in Trentino. Il piano perciò non venne attuato.
Gli incontri ufficiali, specie a livello militare, proseguirono anche nelle settimane successive. Negli ultimi giorni d'inverno il generale inglese Robertson visitò le linee difensive del Carso esprimendo le proprie perplessità riguardo la loro tenuta. Se l'Austria-Ungheria avesse sfoderato un attacco a sorpresa molto probabilmente la linea italiana si sarebbe sgretolata.
Data la situazione, il 23 marzo i comandi italiano, inglese e francese si incontrarono a Udine per formalizzare degli aiuti materiali da destinare al fronte carsico, giudicato assolutamente precario.

Il tentativo di pace separata di Carlo I
12 aprile 1917
Mentre gli alleati dell'Intesa (senza la Russia alle prese con la sua Rivoluzione) discutevano le nuove strategie da attuare per il 1917, il nuovo Imperatore austro-ungarico Carlo I iniziò a pensare all'ipotesi di una pace separata in modo da uscire di scena e salvare l'Austria-Ungheria dalla sua autodistruzione.
Da una parte la popolazione civile era impegnata in continue proteste per la mancanza di cibo, complice anche il freddo inverno del 1917. Dall'altra lo stato dei militari era tragico: molti soldati facevano domanda per essere mandati al fronte dato che alle prime linee veniva destinato il rancio migliore. Inoltre, dopo le gigantesche perdite dei due anni precedenti (più di un milione e mezzo nel solo 1916), non c'erano nemmeno più riserve.
In marzo l'Imperatore iniziò così a portare avanti alcune riforme per salvare il suo impero. Il generale Franz Conrad, Capo del Comando Supremo, giudicato troppo propenso alla guerra a tutti i costi, fu licenziato e sostituito con il più fidato Arz von Straussemberg. In seguito vennero avviati i primi contatti con i governi francese ed inglese proponendo loro una pace separata basata sul ripristino dell'indipendenza del Belgio, della Serbia ed il riconoscimento dell'Alsazia e Lorena alla Francia (in quel momento appartenenti alla Germania).
Il problema per Lloyd George e Alexandre Ribot (che aveva recentemente sostituito Briand alla guida del governo francese) era l'intenzione di Carlo I di escludere completamente l'Italia da questa pace. Infatti l'Austria-Ungheria non aveva nessuna intenzione di concedere qualche territorio al Regno dei Savoia. Il Primo Ministro inglese cercò di trovare una soluzione persuadendo Carlo I a rinunciare perlomeno al Trentino e incontrando il Ministro degli Esteri Sidney Sonnino a Saint Jean de Maurienne, in Alta Savoia. Lo statista italiano venne informato delle intenzioni austro-ungariche e fu invitato a formulare una controproposta. Ma la risposta del ministro italiano fu secca: Il Regno d'Italia non intendeva rinunciare a nessun punto del Patto di Londra. Il tentativo di pace perciò venne definitivamente abbandonato e l'Austria-Ungheria fu costretta a continuare la guerra.
La Decima Battaglia dell'Isonzo-M. Santo
12 maggio 1917
Dopo i molti incontri diplomatici tra il gennaio e l'aprile del 1917, l'arrivo della primavera fece riprendere le azioni militari. Sul fronte occidentale "l'Operazione Nivelle" fallì totalmente e la situazione nelle Fiandre non cambiò. In Italia invece cominciarono i preparativi per una nuova offensiva sull'Isonzo che si sarebbe scatenata solamente dopo essersi assicurati l'immobilità austro-ungarica sul fronte trentino.
La Decima Battaglia dell'Isonzo doveva essere, nei piani di Cadorna, lo scontro che avrebbe permesso all'Italia di gettare le basi per la conquista di Trieste. Per questo motivo venne preparata un'azione in grande stile che prevedeva l'attacco della Terza Armata alla linea Trstelj-Monte Ermada mentre tre corpi d'armata, alla guida del reintegrato generale Capello, avrebbero dovuto conquistare il Monte Santo e il Monte San Gabriele, le alture alle spalle di Gorizia.
L'intraprendente Capello propose una variante al piano iniziale, ovvero la creazione di una testa di ponte dieci chilometri a nord della Quota 383 (nei pressi di Plava) e l'attacco dei monti attraverso l'arido Altopiano della Bainsizza, un luogo inospitale fino adesso mai toccato dalla guerra. Si puntava tutto sull'effetto sorpresa: Borojevic, costretto a schierare pochi soldati, non si sarebbe mai aspettato una discesa italiana attraverso quella zona priva di qualsiasi via di comunicazione.
Il 12 maggio un fitto bombardamento verso le linee asburgiche anticipò, come sempre, l'imminente attacco italiano che scattò esattamente a mezzogiorno. Capello lanciò i suoi uomini contro la Quota 383 che, benché difesa da un solo battaglione, resistette per diverse ore prima di essere occupata. L'avanzata verso la cima successiva, il Monte Kuk, fu molto difficile dato l'ottimo posizionamento difensivo dei soldati austro-ungarici. La situazione rimase a lungo bloccata nonostante l'intervento delle batterie sul Monte Sabotino, nascoste nelle numerose gallerie costruite l'anno precedente.
Nel giro di poche ore la cima venne persa, riconquistata e ancora una volta persa. Capello lanciò due battaglioni sull'Altopiano ma questi non riuscirono a penetrare fallendo così l'aggiramento della linea Monte Kuk-Monte Vodice-Monte Santo. Vista la situazione, Cadorna decise di sospendere questo attacco ma il generale Capello, ancora una volta, lo convinse che l'operazione era possibile.
I fatti gli dettero inizialmente ragione: il 17 maggio cadde il Monte Kuk ed il 18 i soldati polacchi furono costretti a lasciare la cima del Monte Vodice. Ma proprio quando venne la volta del Monte Santo, l'avanzata si fermò: i soldati italiani non riuscirono più a muoversi dalle loro nuove posizioni e gli attacchi verso l'ultimo crinale fallirono completamente. Il 20 maggio quindi il generale sospese l'azione che per l'ennesima volta si concluse con la perdita di migliaia di uomini.

La Decima Battaglia dell'Isonzo-Il Timavo
28 maggio 1917
Mentre Capello guidava la sua offensiva a nord-est di Gorizia, il Duca d'Aosta lanciò sessanta battaglioni sulla linea del Vallone, convinto che la superiorità numerica di uomini e bocche di fuoco sarebbe stata netta. Invece, con grande sorpresa, le batterie austriache non solo erano di più, ma erano anche molto più precise. L'avanzata della Terza Armata rallentò immediatamente e si contarono in soli due giorni 25 mila uomini fuori combattimento.
Astuto ed esperto, il generale Borojevic non cadde nella trappola di Cadorna, intuendo come l'azione sull'Alto Isonzo da parte della Seconda Armata non fosse che un semplice diversivo. Solo quando i battaglioni italiani attaccarono il Monte Santo il 19 maggio, il generale austro-ungarico inviò cinque divisioni sull'Altopiano della Bainsizza.
Dopo un giorno di riposo, il 23 maggio il bombardamento italiano riprese con grande intensità. I soldati avanzarono per due chilometri, travolgendo le prime tre linee austro-ungariche e sfondando sulla destra dello schieramento. Il giorno seguente la Brigata Toscana raggiunse le foci del Timavo, il piccolo fiume carsico scenario di diverse leggende antiche (tra cui quella degli Argonauti alla ricerca del vello d'oro).
Si trattava del punto più meridionale raggiunto fino adesso dall'esercito italiano. Tra suggestione per i miti classici, entusiasmo per la vicinanza alla città di Trieste e la continua ricerca di eroismo, questo fiume fu l'ambientazione di un tragico episodio di guerra concepito da Gabriele D'Annunzio.
L'azione prevedeva l'attraversamento del corso d'acqua (circondato da paludi e privo di alberi), la conquista di una collinetta (Quota 28) ed in seguito l'avanzamento con una bandiera italiana fino al castello di Duino. Qui il tricolore italiano sarebbe stato issato in modo da indurre gli italiani presenti a Trieste a sollevarsi contro le autorità austro-ungariche.
A livello pratico però si trattava di un piano praticamente irrealizzabile. Tutta quella zona infatti era presidiata da un ingente numero di soldati austro-ungarici. Inoltre l'idea che i cittadini italiani di Trieste vedessero sventolare la bandiera italiana era impossibile data la distanza con Duino (20 chilometri circa). Lo stesso Giovanni Randaccio, a capo del 77 Battaglione "Toscana" (i cui soldati erano soprannominati i "Lupi di Toscana") era pressoché certo di non riuscire nell'impresa. Ciononostante venne deciso di attuare il piano nella notte del 28 maggio.
L'operazione fu effettivamente un disastro. I soldati che riuscirono ad attraversare la passerella e a raggiungere l'altra sponda dovettero combattere con tenacia per assicurarsi la cima della Quota 28. Una volta giunti in cima alla collinetta, i "Lupi" rimasero bloccati. Una parte decise di ammutinarsi mentre il resto della truppa si ritirò velocemente in mezzo alle raffiche di proiettili austro-ungarici. Morirono diversi uomini tra cui lo stesso Randaccio, caduto secondo alcune testimonianze tra le braccia di D'Annunzio il quale gli tributò un famoso elogio funebre al Cimitero degli Eroi di Aquileia.
La controffensiva austro-ungarica sul Flondar
03 giugno 1917
Dopo l'operazione fallita sul Timavo, il Comando Supremo dichiarò conclusa la Decima Battaglia dell'Isonzo che, visti gli obiettivi iniziali, si poteva considerare un ennesimo fallimento. Il Monte Santo era rimasto sotto il controllo austro-ungarico mentre la famigerata linea Trstelj-Monte Ermada continuava ad essere inavvicinabile.
I soldati, comprensibilmente, continuavano ad essere provati e delusi dopo due anni di guerra. Il colonnello Angelo Gatti, capo dell'Ufficio storico del Comando Supremo, scrisse come durante quella battaglia gli uomini fossero rassegnati e disperati: "non si ribellavano: quando erano spinti fuori dalle trincee andavano; ma piangevano". Iniziava a farsi largo l'idea che ormai, prima di sconfiggere gli imperi centrali, sarebbero stati necessari ancora diversi anni di guerra.
A peggiorare la situazione e il morale ci fu la controffensiva austro-ungarica che puntava a riconquistare il terreno perduto nei giorni precedenti. La nuova e precaria linea italiana partiva dalla zona di Fornaza, attraversava la piccola località di Comarie, toccava la collina del Flondar seguendo poi la strada tra Medeazza e San Giovanni di Duino.
Il 3 giugno tutte queste località iniziarono ad essere pesantemente bombardate. Dopo 24 ore, i vertici militari asburgici lanciarono all'attacco i fanti. Nonostante fossero in minoranza rispetto agli italiani, i soldati di Borojevic riuscirono in tre giorni a far arretrare la linea italiana di un chilometro e mezzo, allontanandoli ancora di più dal Monte Ermada. Erano riusciti a riconquistare la strategica collina del Flondar e, sfondando in diversi punti, costrinsero i soldati della Terza Armata a retrocedere per non essere circondati. Il successo, seppur minimo, ottenuto dall'Italia nella Decima Battaglia dell'Isonzo fu così vanificato.

La Battaglia dell'Ortigara
10 giugno 1917
In quei giorni primaverili i piani dell'esercito italiano non prevedevano solamente l'avanzata sul fronte isontino, ma anche un nuovo piano offensivo nella zona dell'Altopiano di Asiago. Nonostante la controffensiva dell'estate precedente infatti, questa ampia zona di montagna era ancora parzialmente occupata dagli austro-ungarici.
Le loro posizioni sulle cime meridionali del Trentino davano un grande vantaggio perché potevano controllare agevolmente tutti gli spostamenti italiani.
Il Comando Supremo decise perciò di agire in modo da ribaltare la situazione. Venne formata una nuova armata (la Sesta) agli ordini del generale Ettore Mambretti il quale avrebbe guidato i 200mila uomini alla conquista del Monte Ortigara, una cima di 2105 metri all'estremità orientale dell'altopiano tra il Veneto ed il Trentino.
L'azione, considerata una delle più importanti dell'intero conflitto, venne organizzata per la metà di giugno ma da subito fu bersagliata dalla sfortuna e dai contrattempi. La controffensiva austro-ungarica sul Flondaraveva rese necessario anticipare l'attacco. In tutta fretta Mambretti organizzò le prime linee ma proprio quando stava per essere dato l'ordine (7 giugno) le piogge torrenziali impedirono l'inizio delle operazioni. Il giorno seguente una mina destinata alla linea austro-ungarica esplose in anticipo uccidendo in un istante 230 soldati italiani.
Nel frattempo, la situazione sul Carso si calmò dando così la possibilità alla Sesta Armata di prepararsi con maggiore serenità all'operazione. Mambretti però, inspiegabilmente, decise di non aspettare e il 10 giugno lanciò l'assalto all'Ortigara. Le divisioni partirono verso le pareti scoscese della montagna mentre 430 cannoni e 220 lanciabombe iniziarono a colpire le trincee asburgiche.
Ma ancora una volta la sfortuna si accanì sui soldati italiani: le nuvole basse impedivano di avere una buona visuale e tutti i colpi lanciati contro le postazioni nemiche andarono a vuoto.
Nonostante le richieste di interruzione da parte di alcuni ufficiali, Mambretti ordinò di proseguire nella convinzione che le bombe e le granate italiane avrebbero sortito i loro effetti. Ma la realtà fu diversa e i soldati si trovarono bloccati sul fianco fangoso della montagna e si trasformarono in facili bersagli dell'artiglieria austro-ungarica.
Il 19 giugno le condizioni del tempo migliorarono nuovamente e l'attacco riprese con il supporto dei bombardieri Caproni, triplani che fornirono l'appoggio aereo necessario per l'avanzata italiana. La battaglia infuriò per una settimana ma le conquiste, ad esclusione di diversi pezzi di artiglieria e di circa mille prigionieri, furono nulle.
Il 25 giugno, dopo due settimane di combattimenti durissimi, i soldati asburgici respinsero definitivamente gli assalti della Sesta Armata con l'utilizzo di lanciafiamme e di gas. La Battaglia dell'Ortigara divenne così una delle pagine più drammatiche della Grande Guerra: in 16 giorni gli italiani persero più di 25 mila uomini e alcuni battaglioni persero oltre il 70% degli effettivi.

L'Undicesima Battaglia dell'Isonzo
19 agosto 1917
All'inizio di agosto Luigi Cadorna preparò una nuova offensiva sull'Isonzo che, in termini numerici, avrebbe dovuto essere la più grande offensiva mai vista prima. Sicuro che in Trentino non ci sarebbero stati attacchi da parte degli uomini di Carlo I, il generale spostò dodici divisioni sull'Isonzo ed attese pazientemente che le industrie italiane rifornissero di munizioni sufficienti i 3750 cannoni e le 1900 bombarde concentrate su un solo punto: l'Altopiano della Bainsizza.
Si trattava di una novità: mai, prima di allora, un attacco italiano era stato previsto in un'unica zona del fronte. Le esperienze precedenti avevano suggerito di lasciar perdere momentaneamente la linea Trstelj-Monte Ermada, ben difesa dagli austro-ungarici, e concentrare tutta l'offensiva tra Gorizia e Tolmino in modo da cogliere impreparato l'esercito di Borojevic.
Tutto il fronte italiano disponeva in quel momento di più di mezzo milione di soldati pronti ad attaccare. Nei primi giorni di agosto ci fu un bombardamento intensissimo tra l'altopiano e il Monte Ermada, con bombe lanciate anche da batterie galleggianti allestite a Punta Sdobba (sulla foce dell'Isonzo) e l'utilizzo massiccio dell'aviazione.
All'alba del 19 agosto cominciò l'attacco con la fanteria. La Terza Armata avanzò leggermente ad est raggiungendo le macerie del villaggio di Selomentre sulla Valle del Vipacco non ci fu alcun progresso.
La Seconda Armata si addentrò invece per svariati chilometri all'interno dell'Altopiano della Bainsizza riuscendo a catturare più di 11 mila prigionieri e facendo propri decine di cannoni. Tutti i membri del Comando Supremo erano sorpresi dalla facilità di questa operazione.
La stessa situazione si presentò una volta giunti ai piedi del Monte Santo il 24 agosto: in pochissimi minuti il reggimento italiano raggiunse la cima e prese così definitivamente possesso di questa collina. L'entusiasmo arrivò fino alle sedi dei paesi alleati e Lloyd George si convinse che la Grande Guerra fosse ad una svolta definitiva.
Ma nei giorni seguenti quella che sembrava un'inarrestabile avanzata italiana si interruppe bruscamente. L'Altopiano della Bainsizza dimostrò di essere un terreno molto difficile da attraversare e l'esercito impiegò diversi giorni per spostare gli armamenti pesanti. Inoltre l'ultimo obiettivo di questa operazione, il Monte San Gabriele, era ben presidiato dagli austro-ungarici. Nei successivi 20 giorni si susseguirono diversi attacchi che costarono la vita a 25 mila soldati italiani ma la cima non cadde. Il 19 settembre fu evidente che non ci sarebbe stata più alcuna avanzata e l'offensiva venne sospesa.

La nuova tattica austro-ungarica
24 agosto 1917
Ciò che più sorprese dell'Undicesima Battaglia dell'Isonzo fu la facilità con cui la Seconda Armata riuscì a penetrare nell'Altopiano della Bainsizza fino al Monte San Gabriele. Nei mesi precedenti ogni piccolo avanzamento era costato moltissimi sacrifici ed i combattimenti erano stati durissimi. In questo caso invece il Generale Capello si ritrovò di fronte ad un'area praticamente abbandonata, con la presenza di poche divisioni che si arresero senza combattere. La domanda sorse spontanea nelle sedi dei comandi militari italiani: perché l'esperto Borojevic, soprannominato il "Leone dell'Isonzo", lasciò che gli italiani avanzassero così facilmente?
In effetti, la perdita dell'Altopiano e del Monte Santo non fu un caso. Il 22 agosto 1917 l'imperatore Carlo I e Borojevic si incontrarono a Postumia, la località slovena ad est di Trieste dove aveva sede il Comando Supremo austro-ungarico sull'Isonzo.
Tutti e due erano consapevoli che la situazione si stava aggravando giorno dopo giorno a causa della mancanza di rifornimenti e di nuove reclute. Al contrario l'esercito italiano stava continuando a produrre armi e ad ammassare armamenti lungo il fronte carsico.
L'imperatore quindi chiese di abbandonare l'Altopiano della Bainsizza in modo da preservare uomini e munizioni nella speranza che il terreno bloccasse (o perlomeno rallentasse) la Seconda Armata. Si trattava di una tattica rischiosa ma che avrebbe di certo dato i suoi frutti nelle settimane successive. Carlo I infatti promise a Borojevic che in breve tempo si sarebbe potuto organizzare un attacco dalla testa di ponte di Tolmino.
Nelle prime ore del 24 agosto i reggimenti sull'altopiano ricevettero quindi l'ordine di ritirarsi silenziosamente verso est. Tutto andò secondo i piani: gli italiani avanzarono ma incontrarono difficoltà enormi negli spostamenti e, una volta giunti ai piedi del San Gabriele, furono respinti.

I movimenti austro-germanici nell'Alto Isonzo
01 settembre 1917
Dopo l'Undicesima Battaglia dell'Isonzo le cose sul fronte isontino cambiarono radicalmente. Non perché l'esercito italiano era riuscito ad avanzare nell'arido Altopiano della Bainsizza, bensì perché la Germania scelse di intervenire attivamente in favore degli alleati asburgici.
I comandi militari tedeschi infatti erano consapevoli della grave crisi che stava attraversando l'Austria-Ungheria: non essendoci più riserve, il prossimo attacco avrebbe potuto sfondare la linea e permettere così agli italiani di dilagare verso Trieste: "Bisogna salvare Trieste, anche con l'aiuto tedesco, se non è possibile altrimenti".
D'altro canto anche i vertici austro-ungarici sapevano di non poter continuare la guerra in Italia senza un aiuto. Negli ultimi giorni di agosto Carlo I scrisse una lettera al suo omologo tedesco, il Kaiser Guglielmo II, informandolo che una nuova eventuale battaglia sul fronte isontino sarebbe stata fatale. Gli stessi comandi militari, ancora più esplicitamente del loro imperatore, chiesero aiuto all'alleato tedesco per un'offensiva che anticipasse le mosse italiane.
I Capi di Stato Maggiore della Germania, Paul von Hindenburg ed Erich Ludendorff, accettarono e presero in considerazione l'idea di un attacco tra la zona di Plezzo (oggi Bovec) e Tolmino. Trattandosi di un territorio montano, inviarono il tenente generale Konrad Krafft von Dellmensingen, un militare esperto in guerra su questo tipo di terreno.
L'obiettivo che venne prefissato era nella teoria molto ambizioso: si voleva ricacciare gli italiani sulla linea di confine pre-guerra e, con fortuna, raggiungere magari il Tagliamento. Per fare questo venne previsto un attacco sulla linea Plezzo-Saga, a nord di Caporetto, e poi sull'intera linea di 25 chilometri fino alla testa di ponte di Tolmino. Lo sfondamento avrebbe permesso di raggiungere il paese di Caporetto che, a sua volta, avrebbe aperto la strada per le Valli del Natisone e la pianura friulana.
In poche settimane la preparazione dell'attacco venne ultimata con rapidità, precisione e furbizia.
Hindenburg creò la Quattordicesima Armata formata da sette divisioni tedesche e tre austriache sotto la guida del generale tedesco Otto von Below, supportate da altre sette divisioni di riserva e da oltre mille cannoni. Molti soldati germanici giunsero a Tolmino travestiti da austro-ungarici mentre altri vennero trasferiti pubblicamente prima in Trentino e poi, segretamente, sull'Alto Isonzo. Una pesante propaganda anti-italiana inoltre sollevò notevolmente il morale dei soldati, pronti alla prima offensiva su questo fronte.
Ma ciò che fu veramente innovativo nella preparazione di questa battaglia fu la tattica imposta dai comandi tedeschi e già adottata con buoni risultati lungo il fronte orientale ed occidentale. Questa prevedeva un combattimento breve ma molto intenso, anticipato da un bombardamento continuo e preciso. Ciò avrebbe creato le condizioni per la penetrazione della fanteria in un solo punto che successivamente si sarebbe allargata dietro le linee nemiche: "come un pugno sferrato contro una barriera, per poi spalancare la mano e allargare le dita".
La Battaglia di Carzano
18 settembre 1917
Mentre nella conca di Caporetto gli austro-ungarici, con l'aiuto dei tedeschi, stavano preparando una grande offensiva, in Valsugana si svolse una delle pagine più imbarazzanti della Grande Guerra italiana.
Tutto ebbe principio due mesi prima quando la notte del 13 luglio 1917 un sergente boemo di nome Mlejnek, arruolato in un reggimento bosniaco, riuscì a superare le prime linee difensive a Carzano e si presentò nei pressi di un ricovero italiano.
Completamente disarmato, portava con un sé un plico di diverse pagine e chiese di poter parlare con un ufficiale superiore. Il boemo venne bendato e condotto presso la sede del comando di Pieve Tesino. Il maggiore Cesare Pettorelli Lalatta, capo dell'ITO (Settore Truppe Operanti), incontrò Mlejnek e si fece consegnare la busta che conteneva diverse cartine della prima linea austro-ungarica della zona con la firma "Pavlin".
Dietro questo pseudonimo si celava Ljudivik Pivko, professore di diritto e filosofia a Maribor e capitano dell'esercito austro-ungarico. Ottenuto un incontro con Lalatta, Pivko spiegò come durante la guerra il suo popolo venisse utilizzato come carne da macello e propose quindi di collaborare per la sconfitta dell'Austria-Ungheria.
Il piano era semplice: le difese in quella zona erano deboli e un attacco proveniente da est in Valsugana avrebbe consentito agli italiani di dilagare fino alla città di Trento con il sostegno dei soldati sloveni, cechi e serbi. Pettorelli Lalatta proseguì nei giorni seguenti a ricevere materiale molto utile e si convinse della bontà del piano di Pivko. Chiese quindi un colloquio con Cadorna il quale però, impegnato nella preparazione dell'Undicesima Battaglia dell'Isonzo, non lo ricevette.
Dopo insistenti richieste, Cadorna ascoltò Pettorelli Lalatta ma né lui né il generale Donato Etna, a capo delle truppe nella Valsugana, si fidarono del piano di Pivko. Dopo insistenti richieste, il 7 settembre venne deciso che l'azione sarebbe stata portata avanti ma senza arrivare a Trento.
L'attacco, indeciso e mal organizzato, si trasformò in pochissimo tempo in una tragedia. Superata la linea austro-ungarica la notte del 18 settembre, i primi bersaglieri del 72 Battaglione entrarono a Carzano senza il sostegno della fanteria che aveva sbagliato strada. Anziché avanzare il brigadiere Attilio Zincone, preso dal panico per l'assenza di rinforzi, ordinò la ritirata per i troppi contrattempi. Un primo gruppo però aveva già attraversato il ponte sopra il torrente Maso e si ritrovò bloccato dal fuoco nemico: 900 uomini vennero fatti prigionieri e 360 rimasero uccisi mentre cercavano di ripiegare.

Gli errori italiani nell'Alto Isonzo
18 settembre 1917
Con l'arrivo della stagione autunnale Luigi Cadorna si convinse che per il 1917 non ci sarebbero state altre operazioni sul fronte isontino ad esclusione di piccole scaramucce. Qualsiasi nuova iniziativa sarebbe stata rinviata alla primavera del 1918 in cui si sarebbe tentato, per l'ennesima volta, di sfondare nella zona del Monte Ermada per poter finalmente entrare a Trieste.
Tale convinzione era talmente forte che gli ufficiali italiani sottovalutarono i racconti dei disertori austro-ungarici che parlavano di una grande concentrazione di uomini e armi tra la zona di Plezzo e Tolmino.
Non avendo mai organizzato un'offensiva sull'Isonzo, era quantomeno assurdo poter pensare che si sarebbe concretizzata con l'inverno alle porte.
In realtà Cadorna inizialmente dette credito a queste notizie e il 18 settembre scrisse a tutti i comandanti di armata ed al ministro della guerra. Il generale li informava di presenze numerose sul fronte isontino e quindi di "rinunciare alle progettate operazioni offensive e di concentrare ogni attività nelle predisposizioni per la difesa ad oltranza". Ciononostante le successive comunicazioni non fecero più nessun riferimento a questa situazione e lo stesso Capo del Comando Supremo italiano si spostò sul fronte trentino.
Questa sottovalutazione da parte dei vertici militari italiani si rivelò un errore macroscopico. Fino a quel momento la difesa non aveva mai interessato le tattiche italiane e le strutture apparivano deboli in diversi punti. Il generale Capello poi, poco disponibile sia all'idea di doversi difendere che a seguire gli ordini di Cadorna, esortò i suoi uomini a non dimenticare mai lo "spirito della controffensiva" chiedendo insistentemente nuove riserve per sorprendere gli austro-ungarici con un attacco a metà ottobre. Le nuove truppe vennero rifiutate e il comandante della Seconda Armata si allineò alle richieste di Cadorna solamente il 23 ottobre.
La leggerezza con cui si presero in considerazione gli ordini del 18 settembre e il totale disinteresse per le notizie giunte dai disertori crearono la situazione ideale per l'attacco austro-germanico. A fronte anche di segnali ed indizi evidenti, si dette maggiore credito alle false informazioni via radio intercettate dagli italiani, agli spostamenti di soldati in Trentino e all'ottimismo dello stesso Cadorna, sicuro che nessun attacco sarebbe stato lanciato prima della primavera dell'anno successivo.

La Dodicesima Battaglia dell'Isonzo
24 ottobre 1917
Con grande sorpresa di tutti i soldati della Seconda Armata, alle 2 del mattino del 24 ottobre 1917 le linee italiane tra Plezzo e Tolmino iniziarono ad essere colpite da un bombardamento senza precedenti sia per intensità che per precisione.
I cannoni austro-germanici erano stati puntati sulle linee retrostanti, sulle linee di comunicazione, sugli osservatori e sulle postazioni dell'artiglieria. Per cinque ore le granate caddero in maniera incessante e distrussero gran parte delle strutture italiane. La prima linea rimase isolata e alle 7 del mattino la fanteria uscì dalle trincee. Ebbe inizio la Dodicesima Battaglia dell'Isonzo.
Gli austro-germanici si mossero simultaneamente sia a nord, nei pressi del Monte Rombon, che a sud, a Tolmino. La prima zona era ben difesa dall'esercito italiano ma alle bombe si mischiarono anche granate a gas asfissiante che in breve tempo uccisero oltre 700 uomini della Brigata Friuli.
I superstiti ricevettero l'ordine di ripiegare lasciando così via libera verso il villaggio di Saga al Corpo d'Armata guidato dal generale Alfred Krauss.
A Tolmino invece le truppe italiane furono colte totalmente impreparate: l'ordine di ripiegamento verso il vicino Altopiano del Kolovrat, ricevuto il 10 ottobre, fu trascurato per diversi giorni. Il generale Pietro Badoglio iniziò ad organizzarlo solo il 22 dando agli austro-germanici un notevole vantaggio.
I battaglioni tedeschi cominciarono a risalire il fondovalle verso nord incontrando sulla loro strada pochi soldati italiani i quali, per mancanza di ordini ufficiali, non spararono nemmeno un colpo. A mezzogiorno giunsero a Kamno e due ore più tardi alle porte di Caporetto, preceduti solo dai soldati italiani che stavano frettolosamente abbandonando tutte le loro postazioni.
Alle 15.30 il ponte sull'Isonzo venne fatto saltare in aria ma ciononostante, prima del tramonto, i tedeschi entrarono nella piccola città insieme a duemila prigionieri italiani.
Sempre quel giorno un contingente formato da Alpenkorps e da un battaglione da montagna del Württemberg uscì da Tolmino ed attaccò direttamente ad ovest, puntando sulle cime del Kolovrat.
Anche in questo caso i bombardamenti furono devastanti e i soldati raggiunsero facilmente Quota 1114, sede di una postazione fortificata italiana.
Anziché ingaggiare un attacco frontale, il giovane ufficiale Erwin Rommel ordinò l'aggiramento di questa postazione e il successivo avanzamento verso ovest.

La disfatta di Caporetto
25 ottobre 1917
All'alba del 24 ottobre 1917 Luigi Cadorna, nella sede del Comando Supremo di Udine, venne informato del pesante bombardamento sulla linea Plezzo-Tolmino. Fedele alle sue convinzioni, il generale la ritenne una simulazione per distogliere l'attenzione dal fronte carsico.
Contemporaneamente, sul monte Krasij a nord di Caporetto si trovava la terza linea difensiva formata da alcuni battaglioni alpini tra cui quello comandato dal volontario interventista Carlo Emilio Gadda. Lui ed i suoi uomini furono svegliati alle due dal mattino dai bombardamenti massicci che proseguirono fino all'alba. Non subendo però alcun attacco e non ricevendo alcun ordine, rimasero nelle loro posizioni, isolati e completamente avvolti nella nebbia. Verso le 12 videro alcuni soldati italiani inseguiti da quelli austro-germanici e, alle 15, udirono le esplosioni dei ponti sull'Isonzo. Capirono quindi di essere bloccati ed attesero con rassegnazione l'attacco nemico.
I primi ordini giunsero dopo 24 ore quando il Comando Supremo venne informato che Caporetto era caduta e che gli austro-germanici erano riusciti ad avanzare a Saga e sul Kolovrat. Venne deciso l'abbandono di tutte le posizioni sulla riva sinistra dell'Isonzo. Gadda iniziò quindi a scendere lungo il crinale. In pochi minuti si rese conto che la situazione era veramente disperata: migliaia di soldati italiani cercavano di attraversare il fiume (privo di ponti) mentre i tedeschi li inseguivano su entrambe le rive. Molti decisero di gettare il fucile, arrendersi e farsi catturare dagli uomini guidati da Krauss.
Nel frattempo Rommel ed il suo gruppo di soldati del Württenberg proseguirono l'avanzata sul Kolovrat arrivando con facilità fino ai pressi del Monte Matajur, la cima più alta delle Valli del Natisone. Il giorno seguente un'altra azione di aggiramento permise di catturare migliaia di soldati italiani, arresisi senza combattere, e alle 12 del 26 ottobre 1917 la montagna venne conquistata dai tedeschi. In due soli giorni avevano percorso 18 chilometri catturando 150 ufficiali, 9mila soldati e perdendo appena 39 uomini.
La situazione ormai stava precipitando velocemente anche a livello politico: a Roma il presidente del Consiglio Paolo Boselli, dopo aver perso un voto di fiducia, si dimise. Poche ore dopo iniziarono a circolare le notizie di quanto stava succedendo nell'Alto Isonzo. La Seconda Armata venne totalmente abbandonata dai propri ufficiali e migliaia di soldati si diressero senza alcun ordine verso la pianura friulana. Molti gettarono con sollievo le armi convinti che la guerra fosse terminata. Contemporaneamente, nelle strade riempite dai militari in rotta, si aggiunsero i primi civili friulani, costretti ad abbandonare le proprie case dall'avanzata austro-germanica.
Il 26 ottobre Cadorna cercò di nascondere la verità al Paese con dei bollettini ottimistici ma ormai era chiaro che l'azione compiuta tra Plezzo e Tolmino da parte degli austro-germanici aveva portato ad una disfatta del fronte italiano.
Gli stessi vertici, nonostante le palesi mancanze ed errori, si gettarono in una "corsa convulsa a scrollarsi di dosso ogni responsabilità della disfatta e mantenere così intatti il prestigio e l'onorabilità".
La colpa, secondo loro, era del disfattismo imperante all'interno del Regno.
Due giorni dopo venne diffuso in tutta Italia un nuovo bollettino, sempre firmato da Cadorna: "La mancata resistenza di reparti della Seconda Armata, vilmente ritiratisi senza combattere o ignominiosamente arresisi al nemico, ha permesso alle forze armate austro-germaniche di rompere la nostra ala sinistra sul fronte Giulie". Queste gravi accuse segnarono definitivamente la fine della sua carriera ai vertici dell'esercito italiano.

L'avanzata austro-germanica in Friuli
28 ottobre 1917
Il giorno prima del famoso bollettino del 28 ottobre 1917, il Comando Supremo aveva abbandonato Udine e si era trasferito a Treviso. La ritirata, priva di qualsiasi coordinamento, assunse le dimensioni di una caotica fiumana di soldati e civili in fuga dall'esercito austro-germanico. I primi battaglioni che scendevano dalle Valli del Natisone raggiunsero Cividale del Friuli il 26 ottobre.
Due giorni dopo fu la volta di Udine, la "capitale della guerra". Di fronte ai loro occhi c'era ormai una città deserta, saccheggiata, con uomini morti lungo le strade e alcuni soldati ubriachi.
L'avanzata sulla pianura friulana e verso il Tagliamento continuò rapidamente e con grande sorpresa degli stessi generali austro-germanici. Nessuno, nemmeno il più ottimista, avrebbe creduto di raggiungere così rapidamente il fiume friulano.
Nel frattempo il 30 ottobre la Decima Armata scese da nord lungo le valli della Alpi Giulie e Carniche: vennero occupate la cittadina di Moggio Udinese e le fortificazioni abbandonate del gemonese ad eccezione del Forte del Monte Festa, l'unico a tentare una disperata resistenza. Nella zona collinare i soldati austro-ungarici superarono Tarcento e raggiunsero la zona di Susans e Ragogna.
Più a sud le prime avanguardie arrivarono nei pressi di Codroipo, grande comune della pianura friulana lungo il corso del Tagliamento. Il ponte principale (detto "della Delizia") fu distrutto dagli italiani in ritirata quando alcuni di questi si trovavano ancora sulla riva sinistra. Quello ferroviario invece venne fatto brillare poche ore dopo mentre lo stavano attraversando sia soldati italiani che tedeschi .
Più indietro alcune divisioni furono rallentate da isolati tentativi di resistenza da parte di soldati italiani, in particolare a Mortegliano, Pozzuolo del Friuli e Pasian Schiavonesco (l'attuale Basiliano).
Nel settore della Terza Armata la situazione sembrava meno caotica. Il 31 ottobre buona parte degli uomini guidati dal Duca d'Aosta avevano attraversato il Tagliamento utilizzando i ponti di Latisana e Madrisio di Varmo. Il giorno seguente anche questi due passaggi vennero distrutti ed alcune brigate italiane non riuscirono a completare la ritirata, ingaggiando in qualche caso (come a Latisanotta) uno scontro a fuoco prima della cattura.

La ritirata verso il Piave
01 novembre 1917
Il Comando Supremo italiano, una volta giunto a Treviso, ordinò ai suoi uomini di attraversare il Tagliamento e di bloccare l'avanzata austro-germanica. Alla fine di ottobre però fu evidente come tale ordine fosse impossibile da eseguire. Il 31 si verificò un ultimo, disperato tentativo: un nutrito gruppo di soldati italiani cercò di respingere i nemici sul Monte di Ragogna e sui ponti di Pinzano e Cornino ma dopo tre giorni di battaglia fu costretto ad arrendersi.
Il 3 novembre un reparto bosniaco attraversò il fiume friulano nei pressi dell'Isolotto del Clapat rendendo così indifendibile anche la riva destra.
Nel frattempo, a Roma iniziarono gli incontri tra il generale Cadorna, il nuovo Primo Ministro Vittorio Emanuele Orlando ed i generali dell'Intesa Foch (Francia) e Robertson (Inghilterra). Molto preoccupati per la situazione ma intransigenti nelle loro posizioni, i due militari comunicarono che non era loro intenzione prestare aiuto agli italiani (ad esclusione di sei divisioni) e che la tattica migliore era rallentare l'avanzata sul Tagliamento per creare poi un nuovo fronte lungo il fiume Piave. Ma lo sfondamento a Cornino costrinse Cadorna a ordinare il ripiegamento immediato di tutte le forze lungo il Piave.
I soldati italiani, persa anche la Battaglia di Pradis (5-6 novembre 1917) e il controllo della Forcella Clautana, abbandonarono così tutto il Friuli e la parte orientale del Veneto spostandosi verso San Donà di Piave, il Trevigiano, il Montello (un rilievo nei pressi di Montebelluna) e risalendo il Massiccio del Monte Grappa, a nord di Bassano.
La speranza era di resistere il più a lungo possibile, non escludendo l'eventualità di retrocedere successivamente fino al Mincio. Ma fortunatamente le truppe austro-germaniche, superiori in tutto (morale, posizione, armi, organizzazione) non furono capaci di annientare il proprio nemico. Conrad, che spingeva per scendere sulla pianura veneta attraverso l'Altopiano di Asiago, non poté muoversi mentre Krauss, anziché proseguire decisamente verso occidente, iniziò a consolidare le posizioni in Carnia. L'indecisione stessa di Ludendorff nel proseguire permise alle truppe italiane di appostarsi con una buona difesa sul Piave e di stabilire qui il nuovo fronte.

Le conseguenze dopo Caporetto
06 novembre 1917
A livello militare, l'arretramento dall'Isonzo al Piave fu devastante come confermano i numeri ufficiali dell'esercito: 12mila morti, 30mila feriti, 300mila prigionieri, 350mila soldati privi di istruzioni e comandi oppure disertori, migliaia di armi pesanti abbandonate e 14mila chilometri quadrati ceduti all'Austria-Ungheria per un totale di un milione e mezzo di civili. L'esercito restò con solo 700mila uomini (metà però facenti parte della Prima Armata, quindi non schierata sul fronte del Piave) e i sopravvissuti della Seconda Armata (circa 300mila uomini), una volta riallineati, furono organizzati in una Quinta Armata posta per il momento sulle retrovie.
Le gravi perdite costrinsero il Comando Supremo a schierare da subito la famigerata "classe del '99", i ragazzi nati nel 1899 (e perciò appena maggiorenni). Dopo un breve addestramento furono trasferiti lungo il Piave ed isolati dai reparti sopravvissuti a Caporetto: in questo modo non sarebbero stati influenzati dal disfattismo che in quei giorni regnava nelle file dell'esercito e in larga parte della società italiana.
Anche a livello politico le cose cambiarono nettamente rispetto al passato. Il Primo Ministro Vittorio Emanuele Orlando venne convinto dai rappresentanti militari di Francia e Inghilterra a sostituire i vertici del Comando Supremo. Nella riunione tenutasi a Rapallo il 6 novembre 1917 Luigi Cadorna venne licenziato. Al suo posto fu nominato Armando Diaz, un generale "giovane" (aveva all'epoca 56 anni) e con un modo completamente diverso di intendere il comando. Egli infatti si dimostrò un abile mediatore, si mise a disposizione dello stesso governo di Roma ed esortò le truppe a combattere per la Patria, la famiglia e l'onore, eliminando quel clima di terrore che si era diffuso con Cadorna. Diaz fu in grado di ridare fiducia ai soldati in un momento chiave, quando non si poteva più pensare all'offesa, a Trento o a Trieste, ma semplicemente a resistere ed evitare la sconfitta definitiva.

Rommel dal Kolovrat a Longarone
07 novembre 1917
Nel contesto della "Ritirata di Caporetto" un capitolo a parte merita l'azione compiuta dal giovane tenente tedesco Erwin Rommel, la futura "Volpe del Deserto" della Seconda Guerra Mondiale.
Assieme a molte altre forze tedesche, il Battaglione da montagna del Würtenberg di cui faceva parte giunse nei pressi del fronte italiano alla fine del settembre 1917. Dopo alcune settimane di preparazione nelle retrovie, il battaglione si trasferì a Kneza verso il 20 ottobre e da lì, la notte del 22 ottobre, sull'altura di Buzenika, 2 km a sud di Tolmino. Nei piani dell'offensiva austro-germanica, il suo compito prevedeva la protezione del Leibregiment lungo la strada che portava dal paesino di Volce (Volzana) fino alle cime dell'altopiano del Kolovrat (per proseguire poi fino al Monte Matajur).
La mattina del 24 ebbe inizio la Dodicesima Battaglia dell'Isonzo, sorprendendo i soldati italiani. Già la sera Rommel raggiunse quota 1114 del Kolovrat, conquistando diversi pezzi di artiglieria e catturando circa 500 prigionieri.
Il giorno successivo, avanzò velocemente e dopo alcuni scontri a fuoco riuscì con i suoi uomini a prendere Quota 1192 (Monte Nagnoj), il Monte Kuk e ad isolare da ovest il paese di Livek (Luico). Nel pomeriggio ottenne il permesso di proseguire verso ovest, fermandosi in serata a qualche centinaio di metri dall'abitato di Jevscek.
La mattina del 26, nonostante la fatica, l'azione proseguì e poco prima di mezzogiorno il Battaglione da montagna del Würtenberg raggiunse l'importante vetta del Monte Matajur (1641 metri). Nel pomeriggio iniziò quindi la discesa all'interno delle Valli del Natisone verso Pulfero, con l'obiettivo di tagliare la strada lungo una delle direttrici principali per la ritirata dei soldati italiani.
Implacabili, alle 7 del mattino del 27 i soldati svevi raggiunsero Cicigolis proseguendo poi verso San Pietro del Natisone, Sanguarzo e Cividale. In circa 80 ore, Rommel ed i suoi uomini percorsero sotto la pioggia più di 50 km con 5mila metri di dislivello, respinsero qualsiasi tentativo di difesa italiana e catturarono oltre 15mila prigionieri perdendo solo 9 uomini (e circa 50 feriti).
Vista la situazione particolarmente favorevole, le forze austro-germaniche non si fermarono e proseguirono l'avanzata. Rommel attraversò Primulacco, Salt, Fagagna, Cisterna e arrivò sulla sponda sinistra del Tagliamento il 31 ottobre. Il 3 novembre, mentre con i suoi soldati si trovava ancora a Cisterna, ricevette l'ordine di deviare verso nord-ovest in modo da raggiungere Longarone e tagliare la strada ai reparti italiani in ritirata dal fronte carnico.
Oltrepassata San Daniele, il giovane tenente attraversò il Tagliamento il 5 novembre utilizzando il ponte di Cornino, proseguendo poi verso Travesio in modo da coprire la strada Meduno-Chievolis-Claut-Cimolais-Longarone.
Dopo aver trascorso la notte nella zona di Travesio, l'azione riprese immediatamente dato che le avanguardie del Battaglione del Würtenberg erano sempre più vicine alle retroguardie italiane intente a fuggire.
Queste, ricevuti alcuni rinforzi, il 7 novembre riuscirono a rallentare i tedeschi sulla Forcella Clautana, un passo a 1439 metri s.l.m. tra il Col del Tonon e il Monte La Gialina.
A nulla servì l'azione di Rommel che, con tre compagnie, cercò di sorprendere gli italiani da sud mentre il grosso del battaglione attaccava frontalmente (direzione est-ovest). Il giorno seguente però gli italiani abbandonarono le loro posizioni consentendo ai tedeschi di avanzare fino a Claut e Cimolais dove, il 9 novembre, si svolse l'ultimo scontro a fuoco con le retroguardie italiane.
Superate queste ultime, Rommel si diresse immediatamente lungo la strada militare del Vajont, riuscendo con i suoi uomini a bloccare il tentativo italiano di distruggere il ponte che porta a Longarone.
Così, in poco più di due settimane la futura "Volpe del Deserto" attraversò interamente l'attuale Friuli Venezia Giulia, contribuendo con la sua velocità e la sua tattica alla riuscita dell'avanzata austro-germanica.

La nuova linea del Piave
11 novembre 1917
Dopo la prima settimana di novembre la gran parte dell'esercito si trovava ormai dietro alla linea del Piave. La situazione però era ancora molto precaria: la riva destra, dalla zona del Montello fino alle sue foci, doveva essere completamente adattata agli scopi di una guerra difensiva in tempi molto ristretti.
Gli austro-germanici erano consapevoli di questi problemi e premettero per approfittare quanto più possibile dello sbando dell'esercito italiano. Correvano voci, sempre più insistenti, che alcuni battaglioni francesi ed inglesi stessero per giungere per dare una mano a quelli italiani. Era perciò necessario affrettare i tempi: la speranza era di riuscire a spingere gli italiani fino all'Adige e al Mincio.
L'11 novembre 1917, l'Arciduca Eugenio dispose di continuare l'avanzata ordinando alle armate provenienti dall'Isonzo di attaccare la zona del Basso Piave puntando verso sud-ovest (Venezia) mentre il I Corpo della Quattordicesima Armata (il Gruppo Krauss) avrebbe dovuto attaccare tra i corsi del Piave e del Brenta.
Contemporaneamente vennero organizzate anche delle offensive sul Monte Grappa e sull'Altopiano di Asiago dove però il fronte non si era mosso dopo la disfatta di Caporetto.
Nella zona del Medio Piave gli austro-germanici si impegnarono nel rafforzare la testa di ponte a Vidor, a nord-ovest del Montello, ma l'operazione non riuscì. La resistenza italiana si dimostrò sorprendentemente solida e gli alleati tedeschi, dopo alcuni giorni di combattimenti, abbandonarono questa impresa. Sulla linea del Basso Piave invece gli attacchi furono molto più minacciosi: i pesanti bombardamenti presso le Grave di Papadopoli una zona a sud del Montello dove il letto del fiume è molto largo, costrinsero le truppe italiane a retrocedere fino a Salettuol mentre una divisione austro-ungarica tentò il traghettamento nella zona tra Musile e San Donà.
A pochi chilometri dalla costa vennero poi installate due teste di ponte a Capo Sile e a Cortellazzo.
I soldati italiani si trovarono in difficoltà ma riuscirono comunque a resistere in tutti i settori. Un reparto formato da alcuni reduci del fronte isontino e da Ragazzi del '99 riuscì non solo a respingere un attacco nei pressi di Fagaré, ma addirittura a catturare un gruppo di 500 soldati austro-germanici. Seppur piccola, fu la prima vittoria dopo Caporetto.


La Battaglia delle Melette
11 novembre 1917
L'arretramento dell'esercito italiano dal fronte dell'Isonzo, dalla Zona Carnia e dal Cadore ebbe delle ripercussioni anche sulla zona dell'Altopiano di Asiago. Nonostante il fronte trentino non fosse stato attaccato, i comandi della Prima Armata decisero di arretrare il fronte di alcuni chilometri.
Asiago e Camporovere, due paesi ormai completamente distrutti, vennero abbandonati e la nuova linea lungo le cime ad est di Asiago si saldò al fondamentale Massiccio del Grappa.
All'inizio di novembre il generale Conrad, che da sempre sosteneva la necessità di attaccare la Prima Armata per puntare verso la pianura veneta, chiese di poter avere dei rinforzi ed organizzare un'azione in contemporanea a quelle previste sul corso del Piave e sul Monte Grappa.
Ottenuto il permesso (ma non i rinforzi), l'ex Capo di Stato Maggiore austro-ungarico lanciò l'offensiva: lo scopo era conquistare le montagne attorno a Gallio e in particolare le Melette di Foza e le Melette di Gallio.
Gli attacchi iniziarono l'11 novembre con grande decisione e veemenza ma i soldati italiani resistettero con tenacia: nei primi giorni tutte gli avanzamenti vennero puntualmente respinti e ogni passo in avanti costò sacrifici enormi. Il 23 novembre il Comando Supremo austro-ungarico, appoggiando le perplessità dell'imperatore Carlo I (presente sull'altopiano il giorno precedente), ordinò quindi di sospendere l'azione.
Dopo ripetute e pressanti richieste, Conrad ottenne la possibilità di ricominciare gli attacchi che ricominciarono il 3 dicembre con l'utilizzo di gas lacrimogeni e di yprite. Questa volta le difficoltà italiane furono molto più evidenti e la spinta austro-ungarica ottenne i suoi effetti: il Monte Mielaed e il Monte Fior vennero occupati immediatamente e il 5 dicembre fu la volta delle Melette di Foza e di Gallio. La nuova linea venne spostata lungo il Colle Eckar, il Monte Valbella e il Col del Rosso fino al ciglio destro della Val Frenzela.
Dopo un nuovo periodo di pausa la battaglia riprese proprio a ridosso del periodo natalizio, complice anche un clima molto più favorevole rispetto agli inverni precedenti (erano caduti solo 20 centimetri di neve). L'esercito asburgico attaccò le tre cime a partire dal 23 dicembre riuscendo a conquistarle proprio il giorno di Natale.

La Battaglia del Monte Grappa
13 novembre 1917
Mentre lungo il corso del Piave fallivano i tentativi di sfondamento da parte degli austro-germanici, il generale tedesco Otto von Below puntò al Monte Grappa. Il massiccio rappresentava la chiave di volta dell'intero fronte italiano: superare i suoi 1770 metri significava dilagare nella pianura veneta lasciandosi alle spalle sia l'Altopiano di Asiago sia il fiume.
Il generale Diaz, consapevole del pericolo, ordinò di costruire immediatamente una linea difensiva in modo da scongiurare lo sfondamento. Il compito venne affidato alla Quarta Armata guidata dal generale Di Robilant che raggiunse il massiccio solo il 9 novembre. Quattro giorni dopo iniziò la Battaglia del Monte Grappa.
L'offensiva mise subito in difficoltà i battaglioni italiani, ancora scioccati dalla recente ritirata e privi delle necessarie difese sul terreno. Il Monte Peurna venne perso il 14 e le truppe degli imperi centrali penetrarono per tre chilometri. Un secondo attacco, il giorno seguente, fece arretrare ulteriormente la linea difensiva italiana che si stabilì tra il paese di Cismon del Grappa, i monti Pressolan, Solarolo e il letto del Piave.
Von Below, sapendo che presto le forze tedesche avrebbero dovuto essere trasferite sul fronte occidentale, accelerò le azioni ed ordinò una triplice avanzata il 17 novembre che non diede i suoi frutti: venne conquistato solo il monte Pressolan mentre negli altri casi le brigate italiane, nonostante il disfattismo e l'inesperienza dei nuovi soldati (i"Ragazzi del '99"), riuscirono a difendere tutte le posizioni.
Aiutato anche dalla presenza della grande strada "Cadorna" che permetteva di dislocare armi e rifornimenti sulla linea italiana, Di Robilant adottò una tattica "elastica" che risultò molto efficace: anziché difendere una zona fino all'annientamento, i settori in maggiore difficoltà vennero lasciati al nemico per poi essere riconquistati con un rapido contrattacco. Il 20 novembre, ad esempio, gli austro-germanici occuparono il Monte Tomba e Fontana Secca ma tre giorni dopo vennero ricacciati sulle loro posizioni iniziali. Anche il tenente Erwin Rommel, già protagonista sul Kolovrat con il suo battaglione del Württemberg, fallì lo sfondamento a causa della scarsa conoscenza di queste cime.
Dopo una pausa di alcune settimane, l'11 dicembre le truppe austro-germaniche si riorganizzarono e ripresero con forza l'attacco al massiccio: vennero conquistati il Col della Beretta, il Col dell'Orso e il Monte Asolone arrivando molto vicini all'importante città di Bassano. Ma ancora una volta un nuovo contrattacco di ciò che restava della Quarta e Seconda Armata, assieme alle nuove leve del '99, riuscì a respingere l'iniziativa asburgica ed a bloccare definitivamente, il 21 dicembre, la loro avanzata.

1918
Le proteste popolari ed i 14 Punti di Wilson
08 gennaio 1918
Gli ultimi due mesi del 1917 furono senza dubbio il periodo più duro dell'intera guerra per l'Italia. La disfatta di Caporetto, la perdita del Friuli e del Veneto orientale, la fuga dei civili e la precarietà del nuovo fronte erano ferite ancora aperte.
A queste problematiche si aggiunsero poi due questioni politiche molto importanti, una nazionale ed una internazionale.
Sul primo aspetto si registrò una moltiplicazione delle proteste popolari.
Questo tipo di manifestazioni iniziarono già nell'estate del 1917 e spesso furono represse nella violenza e nel sangue. I motivi di questi scioperi e cortei erano diversi: dalla mancanza di materie prime alla povertà che colpiva moltissime famiglie contadine fino ad arrivare alla prolungata assenza degli uomini impegnati al fronte. Dopo la disfatta di Caporetto le cose andarono ancora peggio: la propaganda patriottica non riuscì ad evitare che il pessimismo dilagasse. Con i mariti o i figli impegnati al fronte, molte donne ammisero che avrebbero preferito vedere l'Austria-Ungheria trionfare pur di riavere i propri cari a casa. Diversi contadini lombardi invece attendevano "l'arrivo degli austriaci convinti che avrebbero aiutato i poveri".
Questo tipo di manifestazione preoccupò il governo Orlando fino ad un certo punto. Molto più allarmanti furono i due avvenimenti di politica internazionale che si susseguirono tra la fine del 1917 e l'inizio del 1918: la rivelazione degli accordi segreti del Patto di Londra da parte della Russia sovietica e i Quattordici Punti del presidente USA Woodrow Wilson (8 gennaio).
Quando il mondo conobbe quello che venne stabilito tra l'Italia ed i Paesi della Triplice Intesa tre anni prima, le motivazioni della guerra italiana furono messe in seria difficoltà. Fino ad allora la propaganda si era concentrata su una guerra patriottica che avrebbe dovuto concludere il processo risorgimentale (con le annessioni di Trento e Trieste). Ma da quel momento però fu chiaro a tutti che le rivendicazioni italiane andavano ben oltre ai territori irredenti: in Istria gli italiani erano pochi mentre in Dalmazia, Alto Adige e nella Valle dell'Isonzo a nord di Gorizia erano praticamente inesistenti.
La richiesta delle isole greche e turche del Dodecanneso invece dimostravano un chiaro intento imperialista.
A questo problema si aggiunse quello proveniente dagli Stati Uniti. Il presidente americano Wilson tenne un famoso discorso al Senato (diviso in 14 punti) che segnò il futuro delle relazioni internazionali. Egli criticò le politiche imperialiste e colonialiste e si schierò a fianco dei popoli che rivendicavano il diritto all'autodeterminazione.
In questo modo, se l'Impero austro-ungarico si fosse dissolto alla fine della guerra, gli Stati Uniti avrebbero sostenuto la nascita di nuove nazioni tra cui quella jugoslava, ponendo di fatto il veto alle richieste italiane sull'Istria e la Dalmazia.

Le prime battaglie del 1918
13 marzo 1918
Mentre a Roma i politici discutevano sui Quattordici Punti di Wilson, i soldati organizzarono le difese sul nuovo fronte. Rispetto a prima, la linea si era accorciata di 170 chilometri e per il generale Armando Diaz fu senz'altro un vantaggio. Il settore più occidentale, quello tra la Lombardia e l'Alto Adige, rimase immutato mentre il confine sull'Altopiano di Asiago arretrò di alcuni chilometri.
Da questo punto in poi invece le modifiche furono notevoli: la Quarta Armata si spostò dal Cadore e dalle Dolomiti Bellunesi al Monte Grappa, sulla linea compresa tra la riva sinistra del fiume Brenta ed il Monte Pallon. Alla sua destra, fino al Montello, vennero dislocati i corpi francesi e britannici (giunti come promesso dall'incontro di Rapallo del 6 novembre 1917). Infine, lungo tutto il corso del basso Piave, venne schierata la Terza Armata del Duca d'Aosta Emanuele Filiberto.
Le novità però non si limitarono alle nuove posizioni. Diaz introdusse un nuovo modo di vivere e vedere la guerra rispetto a Cadorna e la gestione degli uomini migliorò notevolmente. Inoltre, consapevole che il suo esercito non sarebbe stato in grado di sostenere una battaglia offensiva, decise di sperimentare la tenuta di questa nuova linea con delle piccole azioni di valore strategico. Il 14 gennaio 1918 alcuni reparti della Terza Armata riuscirono ad allargare la testa di ponte presso Capo Sile mentre alla fine del mese (28-31 gennaio) si svolse la Battaglia dei Tre Monti sull'Altopiano di Asiago.
Dopo massicci bombardamenti da entrambe le parti, gli italiani riconquistarono la linea Cima Eckar-Monte Valbella-Col del Rosso, persi il mese prima durante la Battaglia delle Melette.
In primavera, grazie al clima decisamente più favorevole, gli scontri si fecero più frequenti. Gli austro-ungarici presero l'iniziativa e il 13 marzo 1918 fecero esplodere una gigantesca mina di 50.000 chilogrammi sotto la cima del Dente Italiano, sul Massiccio del Pasubio. Due mesi dopo (13 maggio) l'esercito italiano riuscì a riconquistare il Monte Corno di Vallarsa, il luogo dove vennero catturati Cesare Battisti e Fabio Filzi. Infine, alla fine di maggio, venne organizzata un'offensiva sul Massiccio dell'Adamello per rafforzare alcune posizioni attorno ai passi del Tonale e Paradiso: il 25 maggio gli Arditi riuscirono a conquistare tutta la lunga cresta dei Monticelli ad esclusione della cima più orientale, quella di quota 2432.

La preparazione della Battaglia del Solstizio
31 marzo 1918
Con l'arrivo della primavera la Grande Guerra riprese in tutta Europa. La Germania, dopo aver firmato la pace di Brest-Litovsk con la Russia Sovietica (3 marzo 1918) lanciò l'ennesima offensiva sul fronte occidentale mettendo in seria difficoltà la Francia.
Il Primo Ministro Clemenceau scelse quindi di utilizzare l'astuzia diplomatica per destabilizzare la Triplice Alleanza e pubblicò il tentativo di pace separata offerta da Carlo I lo scorso anno.
La notizia mandò su tutte le furie Guglielmo II. Egli scoprì come l'Austria-Ungheria si fosse accordata per sostenere, una volta finita la guerra, il passaggio dell'Alsazia e della Lorena alla Francia (a quel tempo amministrate dalla Germania). Il 31 marzo perciò il Kaiser incontrò a Spa (in Belgio) Carlo I chiedendogli una duplice prova di fiducia: creare un'unione pantedesca al termine della guerra e promuovere un'azione lungo il fronte italiano per sostenere quella tedesca in Francia.
L'imperatore asburgico fu messo all'angolo e dovette accettare questa sorta di ultimatum. La notizia venne accolta favorevolmente da Conrad che, ancora una volta, suggerì un attacco sull'Altopiano di Asiago.
Svetozar Borojevic invece apprese questa comunicazione con molto pessimismo: era convinto che gli Imperi centrali fossero sull'orlo della sconfitta e le poche forze rimaste all'esercito non sarebbero riuscite a sfondare il nuovo fronte.
A questi problemi se ne aggiunsero altri: la diserzione di 200mila soldati ungheresi assottigliò ulteriormente le già scarne divisioni asburgiche (formate da 5mila soldati anziché 12mila) tanto da chiamare al fronte anche la classe 1900; mancavano le risorse basilari come armi, munizioni e soprattutto cibo; infine, gli echi dei tumulti popolari all'interno del paese e le nascenti tensioni nazionalistiche giunsero fino alle trincee creando ulteriori problemi nella convivenza in trincea.
Ciononostante l'imperatore fu irremovibile e ordinò l'inizio di una nuova offensiva per l'11 giugno 1918. L'esercito poteva contare su 23 divisioni dislocate sull'Altopiano di Asiago e su 15 disposte lungo il corso del Piave.
L'obiettivo era chiaro: sfondare ad est e a sud puntando verso Venezia e Padova in modo da far retrocedere la linea italiana sull'Adige. Molti soldati, nonostante tutto, erano esaltati da questa nuova offensiva: qualunque fosse stato il risultato, erano certi che quella sarebbe stata l'ultima battaglia.

La Battaglia del Solstizio
15 giugno 1918
Con quattro giorni di ritardo rispetto a quanto previsto, alle tre del mattino del 15 giugno i cannoni austro-ungarici lungo il Piave aprirono il fuoco contro il fronte italiano. Iniziò così la Battaglia del Solstizio che avrebbe dovuto, secondo i piani del Comando Supremo asburgico, risolvere definitivamente la guerra con l'Italia. Memori dell'ottima tattica utilizzata 8 mesi prima a Caporetto, l'attacco iniziò con un grande bombardamento verso i collegamenti delle linee difensive con l'ausilio anche dei gas.
Le prime ore furono molto favorevoli e gli austro-ungarici ottennero risultati eccellenti: circa 100mila uomini riuscirono ad attraversare il fiume sotto la pioggia battente ed i fumi dei gas. In particolare, i soldati riuscirono ad entrare nel paese di Nervesa e ad occupare la collina del Montello, non lontana dal Monte Grappa.
A sud vennero compiuti alcuni progressi nella zona compresa tra San Donà e Cava Zuccherina (l'odierna Jesolo) mentre i soldati italiani mantennero le posizioni solo sull'Altopiano di Asiago.
Ma già nel pomeriggio i comandi asburgici si resero conto che la situazione era ben diversa rispetto alla Valle dell'Isonzo. Questa volta gli italiani ascoltarono i disertori, sempre numerosi, ed i piani austro-ungarici non furono un mistero.
Le bombe a gas inoltre non fecero la strage che ci si aspettava dato che l'esercito britannico aveva distribuito ai soldati le proprie maschere anti-gas, più evolute e moderne rispetto a quelle usate precedentemente.
Il 16 giugno l'avanzata si interruppe. Il livello del Piave, a causa delle abbondanti piogge, salì notevolmente e le passerelle per far arrivare i rifornimenti sulla riva destra crollarono sistematicamente. In molti punti le granate iniziarono ad essere razionate mentre, al contrario, la superiorità delle armi e degli uomini italiani (sostenuti anche dai francesi e dagli inglesi) era palese.
Nella zona più meridionale, la riva sinistra del Piave venne bombardata da cannoni posti su delle chiatte lungo il fiume. Dai cieli, gli aerei inglesi, i famosi bombardieri italiani Caproni ed i caccia Niuport crearono lo scompiglio sulle linee austro-ungariche nonostante la morte di Francesco Baracca, l'asso dell'aeronautica italiana abbattuto sulle pendici del Montello il 18 giugno.
Alle Grave di Papadopoli, a Fagaré, Candelù, Zenson e Fossalta i soldati asburgici resistettero fino al 20 giugno ma dopo cinque giorni Carlo I, anche per far fronte alle richieste di soldati da parte del Comando Supremo tedesco sul fronte occidentale, sospese le operazioni. Il Montello e Nervesa vennero abbandonati, il delta del Piave fu conquistato dagli uomini della Terza Armata e gli ultimi soldati ritornarono sulla riva sinistra del fiume il 26 giugno.
Da quel momento nacque la leggenda del Piave. Il famoso modo di dire "Altolà sul Piave" riassume ancora oggi l'entusiasmo che si scatenò dopo questa vittoria che, per molto intellettuali e protagonisti del tempo, fu la "prima e vera battaglia nazionale che l'Italia avesse mai combattuto".
L'Austria-Ungheria non era ancora del tutto sconfitta, ma la Grande Guerra prese una strada decisamente favorevole agli italiani.

La preparazione italiana alla Battaglia Finale
09 ottobre 1918
Nell'estate del 1918 la Grande Guerra prese una piega molto favorevole per gli alleati dell'Intesa. Sul fronte occidentale i francesi attaccarono i tedeschi aggiudicandosi la battaglia di Amiens (agosto), su quello sud-orientale la Bulgaria crollò (settembre) mentre la Turchia era sul punto di cedere definitivamente. I paesi dell'Intesa non volevano e non potevano lasciarsi sfuggire un vantaggio così netto: il generale Foch, comandante in capo delle truppe francesi, chiese perciò ad Armando Diaz di sostenere questa grande azione globale con un attacco sul fronte veneto.
Il generale italiano rifiutò. Egli infatti preferì non prendere alcuna iniziativa temendo di portare l'esercito alla disfatta come il suo predecessore. Secondo i suoi programmi, i soldati italiani non sarebbero stati pronti prima della primavera del 1919.
Anche il Governo italiano era favorevole ad un attacco e, alla fine di settembre, iniziò a perdere la pazienza con Diaz. Secondo alcune indiscrezioni infatti sembrava ormai certo che nel giro di qualche giorno Carlo I si sarebbe arreso mettendo l'Italia in una posizione di debolezza nei futuri trattati di pace: per poter rivendicare quanto stabilito sul Patto di Londra, era necessario sconfiggere sul campo l'Impero austro-ungarico.
In effetti le voci che la fine della guerra fosse vicina vennero confermate da un incontro diplomatico tra il presidente americano Woodrow Wilson ed i rappresentanti degli Imperi centrali i quali richiedevano l'applicazione, nei futuri trattati, dei Quattordici punti.
Fu un segno inequivocabile che la loro resa era vicina. Diaz perciò fu obbligato ad accelerare i propri piani e il 9 ottobre presentò un progetto per un'offensiva sul fronte italiano che avrebbe coinvolto la zona del Monte Grappa e del Medio Piave. L'obiettivo era sfondare in questa zona e, in particolare, sulla strada che conduce a Vittorio Veneto e prosegue verso il fiume Livenza.
In tutta fretta venne formata l'Ottava Armata sotto il comando dal generale Enrico Caviglia.
A destra venne posta la Decima Armata guidata dall'inglese Lord Cavan e composta da divisioni italiane e inglesi mentre a sinistra la Dodicesima Armata, con a capo il generale francese Jean César Graziani, comprendeva divisioni francesi ed italiane.
Sul Monte Grappa restò la Quarta Armata con il generale Giardino mentre le altre armate (sull'Altopiano di Asiago e sul Basso Piave) per il momento avrebbero mantenuto le proprie posizioni.
Nei giorni seguenti il livello delle acque del Piave aumentò per le forti piogge e ciò compromise il piano formulato da Diaz: senza ponti stabili era impossibile attraversare il fiume. Ma la data prevista per l'inizio dell'offensiva, il 24 ottobre, non poteva essere rinviata. Diaz cambiò allora la sua tattica: il primo attacco avrebbe dovuto essere lanciato sul Monte Grappa in modo da risalire la Valle del Brenta e circondare da est l'Altopiano di Asiago. Una volta raggiunto lo scopo, l'azione sul Piave sarebbe potuta partire.

I preparativi asburgici alla Battaglia Finale
23 ottobre 1918
Mentre sulla sponda destra del fiume Piave fervevano i preparativi per l'offensiva di ottobre, l'esercito austro-ungarico faceva i conti con tutti i suoi numerosi problemi. I soldati da diversi mesi mangiavano molto poco e la carne era un cibo rarissimo. Lo sconforto era notevole ed aumentò ancora di più dopo che giunse la notizia della sconfitta tedesca ad Amiens. Era ormai chiaro a tutti che la guerra stava per concludersi con una sconfitta.
Sul fronte Veneto però la situazione non era ancora segnata: "la massa delle truppe austro-ungheresi, rassegnata ormai a non vincere la guerra, ripugnava ad essere vinta in battaglia campale dagli italiani". L'orgoglio e lo spirito di cameratismo rappresentavano ancora un collante abbastanza efficace tra i soldati, specialmente per quelli che si trovavano nelle trincee.
Dopo la Battaglia del Solstizio si erano verificati alcuni scontri nel settore dell'Altopiano di Asiago (nei pressi del Monte Sisemol). In ottobre però l'attenzione si rivolse al Monte Grappa e alle Grave di Papadopoli, lungo il Piave. La mobilitazione imposta dal generale Armando Diaz non passò inosservata e tutti capirono che l'Italia si stava preparando ad un'offensiva.
Carlo I, il Capo di Stato Maggiore Arz von Straussenburg e i generali impegnati sul fronte si prepararono a quella che molto probabilmente sarebbe stata l'ultima battaglia in Italia. Numericamente gli austro-ungarici erano leggermente superiori ma erano nettamente svantaggiati per quanto riguardava le armi e l'aeronautica, sempre più decisiva nella Grande Guerra.
Nei pressi delle Grave di Papadopoli ad esempio gli italiani schierarono 3570 cannoni di vario calibro e 600 bombarde mentre gli austro-ungarici non possedevano che 835 bocche di fuoco.
La Battaglia Finale sul Monte Grappa
24 ottobre 1918
L'offensiva sul Piave iniziò ufficialmente alle tre del mattino del 24 ottobre 1918 con un massiccio bombardamento sulle posizioni austro-ungariche del Monte Grappa. La pioggia di granate italiane però non ebbe l'effetto sperato: l'esperto generale Svetozar Borojevic, viste le condizioni meteorologiche, immaginò che un attacco lungo il Piave non era concepibile e quindi preparò i suoi soldati sul Grappa, disponendoli molto meglio degli italiani.
Al contrario il generale Giardino, il quale ebbe solo una settimana per organizzare l'attacco, si trovò ben presto in difficoltà. La fanteria si mosse con una tattica antiquata, avanzando in linea (senza prendere in considerazione i movimenti "elastici" come fatto durante la prima Battaglia sul Monte Grappa) e senza poter contare sul sostegno dell'Ottava Armata che rinviò l'attacco di 48 ore. In questo modo i monti Asolone, Prassolan e Solarolo rimasero tutti in mano austro-ungarica.
Il giorno seguente gli attacchi si diressero verso il Monte Pertica, sul versante occidentale del massiccio. Nel pomeriggio i soldati italiani riuscirono a conquistare la cima ma due giorni dopo subirono il contrattacco.
Si susseguirono diversi tentativi che non portarono a nessun risultato apprezzabile. Lo stesso avvenne sul Col della Beretta, mantenuto saldamente dagli uomini di Borojevic.
Probabilmente, se l'attacco italiano si fosse limitato al Monte Grappa, la situazione non sarebbe cambiata e gli austro-ungarici sarebbero riusciti a mantenere tutte le loro posizioni. Le sorti della Battaglia Finale cambiarono sul Piave: l'avanzamento verso Vittorio Veneto e il fiume Livenza rischiò di isolare i soldati asburgici e quindi il generale Ferdinand Goglia, comandante dell'Armata Belluno, fu obbligato a diramare il 30 ottobre il ritiro immediato da tutte le posizioni.
In meno di 24 ore tutti i reggimenti si spostarono verso settentrione ad eccezione del 99 che, dopo aver coperto la marcia dei propri commilitoni, fu catturato da quelli italiani che lo avevano circondato.
La battaglia si concluse dopo una settimana di combattimenti durissimi che riportarono a galla i peggiori incubi dell'Isonzo: in 6 giorni di combattimento si registrò la perdita di circa 25mila uomini, di cui almeno 5.500 tra morti e dispersi.

La Battaglia Finale sul Piave
24 ottobre 1918
Le forti piogge che colpirono il Veneto nell'ottobre del 1918 costrinsero Armando Diaz a cambiare il piano iniziale dell'offensiva sul Piave. A questo primo contrattempo si aggiunse in seguito un forte temporale, scatenatosi proprio il 24 ottobre, che rinviò ulteriormente l'inizio delle operazioni e mise in difficoltà sia il generale Giardino sul Monte Grappa sia i Gordon Highlanders, il contingente britannico che nella notte del 23 era riuscito ad occupare le Grave di Papadopoli grazie all'aiuto dei gondolieri di Venezia.
Il piano iniziale prevedeva la costruzione di otto ponti: uno a Vidor, tre nella zona compresa tra Fontana del Buoro e Moriago (a nord del Montello), uno fra Santa Croce e Falzé ,due nei pressi di Nervesa e l'ultimo più a sud, nella zona delle Grave. Se la situazione si fosse dimostrata estremamente favorevole, il Comando Supremo avrebbe ordinato l'installazione di altri 12 passaggi. Ma in quelle ore la corrente delle acque era talmente forte che fu impossibile costruire i ponti di barche fino alla riva sinistra.
Dopo due giorni di immobilità, il 26 ottobre i soldati della Decima Armata riuscirono finalmente a compiere il passaggio presso le Grave e ad attaccare la prima linea austro-ungarica.
Più a nord l'Ottava e la Dodicesima Armata costruirono gli altri sette ponti di barche ma la corrente e le bombe asburgiche li distrussero nella notte, isolando così i soldati che erano riusciti ad arrivare sulle teste di ponte nel pomeriggio. Con grande tenacia, il giorno seguente venne ristabilito il passaggio di Fontana del Buoro e fu così possibile consolidare una seconda testa di ponte tra Mosnigo e Sernaglia.
Il generale Caviglia, a capo dell'Ottava Armata, si rese conto che gli altri ponti non sarebbero stati ripristinati velocemente e quindi ordinò di utilizzare quello delle Grave. In questo modo il 18 Corpo, una volta giunto sulla riva sinistra, poté puntare direttamente verso Santa Lucia e Conegliano, liberando così la strada ai soldati rimasti bloccati nei pressi di Nervesa e di Priula.
Il piano di Diaz stava riuscendo: l'obiettivo strategico di spezzare in due il fronte austro-ungarico all'altezza della strada che portava a Vittorio Veneto era stato raggiunto.
Borojevic intuì che la situazione stava precipitando ed ordinò ai suoi uomini di ritirarsi verso il fiume Monticano, tra Vittorio Veneto e Motta di Livenza. Il 29 ottobre vennero allestiti altri due ponti che permisero agli italiani di trasferire sulla riva sinistra la maggior parte delle truppe e dell'artiglieria pesante. Nel frattempo le colonne più avanzate lasciarono alle spalle la riva sinistra del Piave e marciarono verso nord-est.
La Brigata Piacenza raggiunse Susegana e in serata Conegliano. Senza mai fermarsi, dopo 17 ore di marcia forzata, alle 10.30 entrò a Cozzuolo, uno dei due centri abitati che formano Vittorio Veneto.
Contemporaneamente il Reggimento Lancieri di Firenze giunse a Serravalle (il secondo centro di Vittorio Veneto) incontrando ancora piccoli gruppi di soldati austro-ungarici. Per tutto il giorno si registrarono degli scontri tra le truppe italiane che affluivano sempre più numerose e quelle asburgiche, rifugiatesi sulle alture circostanti. Nella notte però anche queste ultime retroguardie abbandonarono la città veneta.

La ritirata austro-ungarica
30 ottobre 1918
La sera del 24 ottobre l'Imperatore Carlo I venne informato che la resistenza del "Gruppo Belluno"sul Monte Grappa stava dando i suoi frutti. Per quanto disperata, in cuor suo confidò che la situazione non fosse del tutto compromessa e che tutto il fronte potesse reggere unito all'offensiva italiana.
Ma appena iniziarono le operazioni sul Piave capì che non c'era altro da fare: il 27 ottobre informò Guglielmo II che avrebbe chiesto ai Paesi dell'Intesa una pace separata.
Quando iniziò l'attacco sulle Grave di Papadopoli le truppe austro-ungariche si fecero prendere dal panico e molti soldati, ancora prima di iniziare il combattimento vero e proprio, iniziarono a ripiegare verso est senza alcun coordinamento. I disertori si moltiplicarono nelle ore seguenti e un intero reggimento ungherese che si trovava di fronte alla testa di ponte francese si arrese in massa alla Dodicesima Armata.
Il generale Borojevic ordinò quindi un primo arretramento di 7 chilometri.
La mattina del 30 gran parte delle truppe italiane aveva attraversato il Piave e le avanguardie stavano per arrivare a Vittorio Veneto. Borojevic fece arretrare la Quinta e Sesta Armata verso il fiume Monticano ma nelle ore seguenti decise di abbandonare tutto il Veneto schierandosi dietro la linea del Livenza.
Ma anche qui non ci fu il tempo di attendere gli italiani. La guerra era persa e ulteriori tentativi di resistenza non avevano più senso. Il generale Arz von Straussemburg diede quindi ordine di ritirarsi immediatamente e definitivamente dal fronte italiano.

L'armistizio di Villa Giusti
03 novembre 1918
Il 31 ottobre 1918 i generali austro-ungarici e quelli italiani si incontrarono a Villa Giusti, alle porte di Padova, per iniziare a discutere le condizioni di pace. In accordo con gli alleati, l'Italia sottopose all'Impero asburgico un armistizio che si basava sulle richieste del Patto di Londra. Veniva quindi formulato il diritto dell'esercito di occupare tutte le terre austro-ungariche sul litorale adriatico, la riduzione dell'esercito a 20 divisioni, la consegna del 50% dell'artiglieria in loro dotazione, la liberazione immediata dei prigionieri e il ritorno in Germania delle truppe tedesche entro due settimane.
Carlo I, informato dai propri emissari, non poté far altro che accettare queste condizioni e quindi l'armistizio venne firmato alle 15.20 del 3 novembre 1918. Il "cessate il fuoco" sarebbe entrato in vigore alle 15 del 4 novembre, mettendo così ufficialmente fine alla Grande Guerra dopo quasi 3 anni e mezzo. Anche se non direttamente, questa firma sancì pure la fine del secolare Impero d'Austria-Ungheria che si disgregò sotto le inarrestabili onde dei movimenti nazionalisti.
Nel frattempo in Veneto, Trentino, Alto Adige e Friuli gli eserciti non si erano fermati. Al contrario, quello austro-ungarico cercò di ripiegare mentre quello italiano si lanciava al suo inseguimento in modo da occupare quanto più territorio possibile.
Il 1 novembre un proclama del generale Armando Diaz venne lanciato sulle terre occupate l'anno precedente: si annunciava che ben presto l'esercito italiano sarebbe arrivato in nome dell'Italia.
Ad ogni armata venne affidato un settore: la Prima doveva avanzare verso Trento, la Sesta puntare su Egna (Sud Tirolo), la Quarta su Bolzano mentre l'Ottava doveva risalire il Cadore, l'Agordino e occupare infine Brunico e San Candido.
La Settima Armata ebbe il compito di impossessarsi della zona di Mezzolombardo (a nord di Trento), la Dodicesima di controllare la conca di Feltre mentre la Decima e la Terza (che venne definita "Armata Invitta" per non essere mai stata sconfitta sul campo) ebbero come obiettivo il fiume Tagliamento ed il Friuli.
Quel giorno fu particolarmente favorevole all'Ottava Armata che risalì il fronte dolomitico e riconquistò Belluno, Ponte delle Alpi e si diresse verso est, a Longarone e Pieve di Cadore. Sull'Altopiano di Asiago i reparti d'assalto ruppero in più punti la linea di resistenza austro-ungarica specie nella zona del Monte Sisemol, della Val Ronchi, del Monte Longana e del Monte Nos. Una divisione britannica invece ebbe molte più difficoltà a sfondare le posizioni ancora esistenti a Camporovere, sul Monte Rasta e sul Monte Interrotto. Solo nella notte, dopo un'azione di aggiramento, caddero le fortificazioni del Monte Interrotto e i soldati britannici si unirono alla colonna italiana proveniente da Roana.
La Prima Armata iniziò le operazioni sul Massiccio del Pasubio per poter liberare la strada verso Trento. Dall'altra parte del fronte, la Decima e la Terza Armata assicurarono i passaggi sul fiume Livenza ed entrarono a Sacile. Le avanguardie, formate dalle truppe della Cavalleria, superarono anche queste linee e giunsero nei pressi di Rovereto e Pordenone.

L'Italia a Trento
03 novembre 1918
Nei tre giorni che separarono la fine della Battaglia Finale e la firma dell'armistizio l'esercito italiano riuscì ad avanzare in gran parte del Veneto e del Trentino. Dal Passo dello Stelvio alla linea del Livenza le varie armate, complice la quasi totale assenza di resistenza, raggiunsero le città più importanti ad esclusione di Monfalcone.
Il 2 novembre i soldati entrarono a Rovereto attraverso la Vallagarina. La Quarta Armata risalì la Valsugana e l'Ottava la conca di Agordo.
Quel giorno entrò in azione anche la Settima Armata che dal settore più occidentale del fronte attaccò il Passo dello Stelvio, quello del Tonale e lo sbarramento della Valle del Chiese. In questo modo il giorno seguente (il 3) una colonna scese in Val Venosta e bloccò il passaggio delle truppe austro-ungariche verso Passo Resia.
Quello stesso giorno vennero liberate Levico, Pergine e, soprattutto, Trento.
Alle 15.15 del 3 novembre uno squadrone di Cavalleggeri entrò in una delle due città simbolo della Grande Guerra: accolti dall'entusiasmo popolare degli abitanti, si aggiunsero presto anche gli Arditi di reparti d'assalto, di Alpini e di artiglieri di montagna. Alle 22 arrivò anche la Quarta Armata che aveva terminato le sue operazioni in Valsugana. Sul Castello del Buon Consiglio, il luogo dove vennero giustiziati gli irredentisti Cesare Battisti, Fabio Filzi e Damiano Chiesa, venne issata la bandiera italiana con lo stemma dei Savoia.

L'Italia a Trieste
03 novembre 1918
Più ad est la sera del 2 novembre, dopo un combattimento all'altezza del fiume Meduna, vennero occupate Maniago e Travesio mentre la mattina del giorno successivo le prime avanguardie italiane giunsero sulle rive del Tagliamento a Pinzano, Spilimbergo e Bonzicco.
Lo squadrone di cavalleria "Savoia" alle 13.30 raggiunse Udine che già da alcune ore si era ribellata all'occupazione austro-ungarica. Nel corso della giornata anche gli altri reparti dell'esercito raggiunsero il Tagliamento ed iniziarono ad attraversarlo puntando verso la Carnia, le Alpi Giulie, le colline e la pianura friulana.
Ma il 3 novembre 1918 fu un giorno veramente speciale nella storia del giovane Regno d'Italia: alle 16.30, il cacciatorpediniere Audace apparve all'orizzonte ed attraccò sul Molo San Carlo (ribattezzato poi proprio Molo Audace), di fronte a Piazza Grande (l'odierna Piazza Unità). Fu la prima nave italiana ad arrivare a Trieste, abbandonata dal governatore austro-ungarico già da due giorni.
In mezzo ad una folla entusiasta il generale Petitti di Roreto scese dalla nave e, in nome di Vittorio Emanuele III, prese possesso della città.
Con molto meno entusiasmo vennero accolte invece le navi che qualche giorno dopo salparono da Venezia verso le città di Pola, Sebenico, Valona e Cattaro, in Montenegro. Solamente a Zara la popolazione non mostrò aperta ostilità per i nuovi arrivati. L'occupazione di Fiume (17 novembre) invece fu il primo passo verso una situazione che nei mesi successivi provocò tensioni molto pesanti tra Italia e gli altri paesi dell'Intesa.

La fine della Grande Guerra
04 novembre 2018
Il 4 novembre alle ore 15 tutte le operazioni di guerra cessarono e fu proclamata la fine della Grande Guerra.
Armando Diaz emanò un bollettino che celebrava, non senza retorica, la vittoria sui "uno dei più potenti eserciti del mondo".
Prima dell'entrata in vigore dell'armistizio, l'esercito proseguì la sua rincorsa ai territori italiani che erano stati persi l'anno precedente: vennero raggiunte Tolmezzo e Chiusaforte sulle Alpi Carniche e Giulie mentre, una volta lasciata Udine, i soldati si diressero verso Cividale, Buttrio, Manzano e Cormons. Più a sud, in pianura, fecero il loro ingresso nella città fortificata di Palmanova, Mortegliano, Cervignano e Grado, vicino alle foci dell'Isonzo.
Non vennero raggiunte le località sulla riva sinistra dell'Isonzo, mentre in Alto Adige mancavano ancora diversi chilometri prima di giungere sul Passo del Brennero, considerato come il confine naturale dell'Italia. La pace però non presupponeva l'impossibilità di continuare l'avanzata, ma solo quella di cessare qualsiasi combattimento. E così nei giorni seguenti furono raggiunte anche altre località abbandonate dalle autorità austro-ungariche.
Due mesi dopo, il 18 gennaio 1919, iniziarono a Versailles i trattati di pace.

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